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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

La condotta del commercialista

Numerose sono le sentenze sia di merito che di legittimità che si sono occupate della responsabilità amministrativa tributaria conseguente alla violazione di adempimenti fiscali che il contribuente ha affidato al proprio consulente. Con una recente ordinanza (18 novembre 2019 n. 29849) la Corte di Cassazione ha stabilito il principio di diritto per cui in caso di inadempimento al pagamento di un tributo, le sanzioni non sono dovute se la violazione è imputabile esclusivamente al professionista incaricato di provvedere ai pagamenti.

L’esimente si applica a condizione che il contribuente abbia adempiuto all’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria e non abbia tenuto una condotta colpevole, cosciente e volontaria, dolosa o colposa. Non si può però chiedere al contribuente un’attività di verifica e controllo penetrante sull’attività del commercialista ma è sufficiente che abbia richiesto, per esempio, le copie dei versamenti dei modelli F24.

Gli ermellini erano chiamati a dirimere una questione relativa alla disapplicazione delle sanzioni amministrative tributarie conseguenti ad un’accertata violazione fiscale (recupero di un credito iva utilizzato indebitamente in compensazione). La Commissione Tributaria Regionale aveva statuito in maniera favorevole all’Agenzia delle Entrate ritenendo quindi che l’irrogazione delle sanzioni al contribuente fosse stata legittima e corretta perché costui non avrebbe comunque vigilato sull’operato del commercialista. Ciò anche se – da quanto è dato comprendere dalla sentenza – in primo grado era stata accertata la responsabilità del consulente nella indebita compensazione. Nonostante ciò per i giudici di merito il contribuente avrebbe dovuto vigilare sull’operato del professionista delegato. Ricorreva in Cassazione il contribuente lamentando violazione di legge per la non corretta applicazione da parte della CTR dell’esimente di cui al comma 3 del D Lgs 472/97.

Il Supremo Collegio era di diverso avviso rispetto al giudice di merito e confermava l’orientamento costante di legittimità per cui “In tema di sanzioni amministrative tributarie, l’esimente di cui all’art. 6, comma 3, del d.lgs. n. 472 del 1997 si applica in caso di inadempimento al pagamento di un tributo imputabile esclusivamente ad un soggetto terzo (di regola l’intermediario cui è stato attribuito l’incarico, oltre che della tenuta della contabilità e dell’effettuazione delle dichiarazioni fiscali, di provvedere ai pagamenti), purché il contribuente abbia adempiuto all’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria e non abbia tenuto una condotta colpevole ai sensi dell’art. 5, comma 1, del detto decreto, nemmeno sotto il profilo della “culpa in vigilando”» (Cass., Sez. 5, Ordinanza n. 28359 del 07/11/2018, Rv. 651225), «dovendo l’inadempimento medesimo essere imputabile in via esclusiva all’intermediario» (così in motivazione nella citata sentenza).

Ribadito il principio di diritto la Corte di Cassazione sottolineava come la CTR avesse fatto mal governo dell’enunciato principio di diritto in quanto, pur in presenza di un comportamento manifestamente fraudolento del professionista incaricato dal contribuente di provvedere agli adempimenti contabili e fiscali, consistito nella falsificazione della documentazione (ricevute di pagamento a mezzo F24) consegnata al contribuente a dimostrazione del regolare adempimento degli obblighi fiscali, e quindi in evidente assenza di culpa in vigilando, ha ritenuto comunque applicabili allo stesso le sanzioni amministrative pecuniarie, e ciò in violazione delle disposizioni censurate.

Con la pubblicazione sul sito dell’Agenzia delle Entrate del software di compilazione è entrata nella fase operativa la c.d voluntary disclosure bis.

Il D.L. 22 ottobre 2016 n. 193 ha infatti riaperto i termini per sanare le violazioni degli obblighi di monitoraggio fiscale commesse entro il 30 settembre 2016 per coloro che non hanno aderito alla prima voluntary disclosure; la procedura in commento interessa quindi i periodi d’imposta dal 2010 al 2015 (dal 2009 per le violazioni in materia di monitoraggio fiscale) salva l’applicazione del raddoppio dei termini per le attività localizzate in paesi black list senza accordo nel qual caso i periodi interessati sono quelli dal 2006 al 2015 (dal 2004 per le violazioni in materia di monitoraggio fiscale).

Come per la prima versione, il vantaggio principale della procedura consiste in una riduzione delle sanzioni e nell’esclusione della punibilità per alcuni delitti.

Quanto alle sanzioni amministrative l’art. 5 L 167/90 dispone che “La violazione dell’obbligo di dichiarazione previsto nell’articolo 4, comma 1, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 3 al 15 per cento dell’ammontare degli importi non dichiarati. La violazione di cui al periodo precedente relativa alla detenzione di investimenti all’estero ovvero di attività estere di natura finanziaria negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 107 del 10 maggio 1999, e al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 21 novembre 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2001, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 6 al 30 per cento dell’ammontare degli importi non dichiarati”.

Ciò significa che la mancata dichiarazione della detenzione all’estero di investimenti o attività di natura finanziaria viene punita:

  • con una sanzione dal 3% al 15% degli importi non dichiarati in caso di attività detenute in paesi white list;
  • con una sanzione dal 6% al 30% degli importi non dichiarati in caso di attività detenute in paesi black list.

Per black list si intende un elenco di paesi in cui esiste un regime fiscale privilegiato la cui caratteristica essenziale consiste nell’avere un livello di tassazione molto basso rispetto a quello italiano. Le black list che interessano la procedura in commento sono due:

  1. quella di cui decreto del Ministro delle Finanze 4 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 107 del 10 maggio 1999 che individua gli Stati e i territori con regime fiscale privilegiato per le persone fisiche allo scopo di contrastare la fittizia emigrazione all’estero, per finalità prettamente fiscali, di residenti in Italia. In particolare individua per le persone fisiche cancellate dalle anagrafi della popolazione residente alcuni Stati e territori privilegiati.

Tale decreto viene aggiornato costantemente; dal 2014 è stata espunta dalla lista nera la Repubblica di San Marino che ha sottoscritto il 3 ottobre 2013 una Convenzione con lo Stato Italiano per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito e per prevenire le frodi fiscali;

  1. quella di cui decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 21 novembre 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2001 che individua gli Stati e i territori ai fini della disciplina delle CFC (Controlled Foreign Companies) In pratica la normativa fiscale (art. 167 TUIR) disciplina un’imputazione al soggetto residente dei redditi prodotti da imprese estere da esso controllate, ubicate in Paesi black list, e tale imputazione avviene indipendentemente dall’avvenuta distribuzione.

L’elaborazione della black list ai fini della disciplina della CFC si basa su criteri di scambio di informazioni e dell’adeguato livello di tassazione delle imprese controllate estere.

Una tassazione non inferiore al 50% di quella italiana può essere considerata adeguata per escludere un Paese dalla black list CFC (art. 167, comma 4 del TUIR dispone che “I regimi fiscali, anche speciali, di Stati o territori si considerano privilegiati laddove il livello nominale di tassazione risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile in Italia”).

Individuati quindi i Paesi e i territori a fiscalità privilegiata – che rileva anche ai fini del raddoppio o meno degli anni accertabili – l’art. 5 quinquies L 167/90 prevede la riduzione delle sanzioni per la violazione dell’obbligo di monitoraggio fiscale alla metà del minimo (quindi ad un valore che oscilla tra il 1,5% ed il 3%) qualora le attività estere siano trasferite in Italia (ovvero in uno Stato UE o in Stati aderenti all’accordo SEE che consentono uno scambio di informazioni con il nostro paese) ovvero l’autore della violazione rilasci all’intermediario finanziario estero il c.d. waiver ossia l’autorizzazione a trasmettere i dati alle autorità nazionali competenti.

Le sanzioni per l’evasione delle imposte dirette ed indirette (e quindi per omessa o infedele dichiarazione), l’adesione alla procedura comporta una riduzione delle stesse al minimo ridotto di un quarto (75% del minimo).

Per ciò che riguarda le sanzioni penali infine l’adesione alla procedura garantisce l’esclusione della punibilità per alcuni delitti di cui al D. Lgs. 74/00 vale a dire per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2), dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici (art. 3), dichiarazione infedele (art. 4), omessa dichiarazione (art. 5), omesso versamento ritenute certificate (10 bis), omesso versamento IVA (art. 10 ter). Non sono infine puniti i reati di riciclaggio (648 bis c.p.) ed autoriciclaggio (art. 648 c.p. ter).

Si rammenta che ai fini della mancata applicazione del raddoppio dei termini e delle maggiorazioni sanzionatorie di cui al DL 78/2009 la Voluntary bis riafferma la necessità che il paese black list in cui sono detenuti gli investimenti o le attività finanziarie abbia sottoscritto un accordo di scambio di informazioni con l’Italia alla data di entrata in vigore del decreto (24 ottobre 2016).

Il termine per la presentazione dell’istanza è fissato al 31 luglio 2017.