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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

il Tribunale annulla la finta compravendita di un immobile che cela una donazione.

Con una recente sentenza (n. 467 del 17 febbraio 2021) il Tribunale di Napoli ha ribadito che la compravendita che cela una donazione è improduttiva di effetti. Nel caso di specie, la figlia citava in giudizio la moglie del defunto padre chiedendo al Tribunale di accertare e dichiarare la simulazione del contratto di compravendita, poiché era stato concluso tra le parti con l’intenzione di tenere nascosta una donazione di un immobile. La figlia domandava altresì di dichiarare la nullità della donazione per assenza della forma richiesta dalla legge per questo tipo di contratto e proponeva azione per ridurre la donazione, in considerazione del fatto che eccedeva la quota della quale il defunto padre poteva liberamente disporre. Nel caso di specie, la compravendita può essere considerata alla stregua di un “finto” contratto: essendo tale, non produce effetti tra le parti. Tuttavia, nel momento in cui le parti intendono concludere un contratto diverso da quello che appare nella realtà, tra di esse è valido il contratto dissimulato (l’atto effettivamente voluto, ma per determinate ragioni, tenuto nascosto) ma soltanto se rispetta i requisiti di forma e di sostanza richiesti dalla legge per quello specifico contratto. Ai sensi dell’art. 782 c.c. la forma prevista per la donazione è l’atto pubblico che dev’essere redatto da un notaio, in presenza di due testimoni, come richiede la legge notarile (art. 48, legge 16 febbraio 1913, n. 89). Nondimeno, quando si tratta di donazioni di modico valore (art. 783 c.c.) non vi è l’obbligo di seguire le menzionate regole, a condizione che sia avvenuta la consegna del bene unitamente allo spirito di liberalità, ossia l’intento altruistico di apportare al soggetto destinatario della donazione un beneficio. A tal proposito, è interessante notare che non esistono prestabiliti criteri per stabilire quando un bene sia o meno di modico valore: si tratta di una valutazione soggettiva e personale riferita alla condizione economica di colui che si appresta a donare. Ciò è confermato anche dalla giurisprudenza di legittimità: la donazione, per essere considerata di modico valore, non deve mai incidere in modo apprezzabile sul patrimonio del donante (Cass. Civ., Sez. II, sentenza 30 dicembre 1994, n. 11304). Dunque, la modicità varia a seconda della consistenza (modesta o prospera) del patrimonio del soggetto che vuole donare. Nel caso in analisi, mancando la prova concreta (da parte della moglie convenuta in giudizio) del pagamento del prezzo dell’immobile il giudice ha ritenuto che la vendita fosse fittizia. Non solo il contratto di compravendita non è stato considerato valido, ma nemmeno la donazione (che in realtà rifletteva la vera volontà delle parti) ha potuto produrre effetti: è stata dichiarata nulla in mancanza dei requisiti di forma richiesti dalla legge per quel tipo di contratto, che come già accennato, va redatto con atto pubblico e alla presenza di due testimoni. La conclusione di questa vicenda è che l’intento delle parti di sottrarre alla figlia, erede legittima del defunto, la propria parte di eredità è stato inibito dal Tribunale. Conclusivamente, qualora venga accertata la simulazione di una compravendita quale atto che risponde all’intento di celare una donazione, ma quest’ultima sia improduttiva di effetti in mancanza dei requisiti di forma richiesti dalla legge, il bene non è uscito dal patrimonio del donante e di conseguenza il legittimario potrà recuperare la propria pretesa a titolo di erede legittimo. Ma cosa accade nel momento in cui la donazione è pienamente valida, poiché stipulata tramite atto pubblico, alla presenza di due testimoni? In questo caso, non significa che non si abbia il diritto di percepire la propria parte di eredità, ma se si vuole avere la garanzia di ottenerla nella giusta proporzione, è essenziale esercitare l’azione di riduzione, poiché il defunto potrebbe aver compiuto una donazione eccedente i limiti previsti dalla legge: significa che potrebbe aver destinato una parte dei beni spettanti all’erede legittimario ad altri soggetti. Dunque, l’azione di riduzione della donazione (art. 555 c.c.) è volta a ripristinare le quote di eredità che la legge dispone a favore dei legittimari.

ABROGATA LA LEGGE 283/1962

A partire dal 26 marzo entrerà in vigore la nuova disciplina della depenalizzazione delle violazioni connesse alla produzione ed alla vendita delle sostanze alimentari e delle bevande. Infatti, l’articolo 18 lettera b) del D. Lgs 27/21 abroga quasi completamente, con l’efficacia temporale sopra indicata, la legge 30 aprile 1962 n. 283 denominata “Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”.

L’obiettivo primario della disciplina della legge n.283 del 1962 era la salvaguardia della salute pubblica, da realizzare attraverso ispezione e prelievo di campioni negli stabilimenti ed esercizi pubblici, dove si producano, si conservino in deposito, si smercino o si consumino le sostanze alimentari, nonché ispezioni e prelievi sugli scali e sui mezzi di trasporto.

Altre disposizioni a tutela della salute pubblica sono contenute nel codice penale. I delitti previsti dal codice vengono commessi da chi pone in vendita sostanze alimentari di qualità o quantità diversa da quella dichiarata o pattuita, ovvero sostanze alimentari non genuine come genuine; le contravvenzioni della Legge 283/1962, invece, sono commesse da chi impiega nella preparazione del prodotto sostanze private in parte dei propri elementi naturali o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale.

Nei delitti previsti dal codice penale è determinante la consegna all’acquirente o la messa in commercio; nella contravvenzione, invece, si ha riguardo al fatto tipico della preparazione o della distribuzione per il consumo. I delitti, infine hanno come oggetto la tutela giuridica della correttezza del commercio, la contravvenzione ha come oggetto la tutela della salute (Cassazione penale, sentenza 8507/1999).

Restano fuori dall’abrogazione gli articoli 7 (decreto autorizzativo del Ministro della Sanità alla produzione e commercio di alimenti e bevande con aggiunte e sottrazioni), 10 (decreto Ministero della Sanità su colorazioni di carta ed imballaggi da alimenti)  e 22 (Pubblicazione dell’elenco degli additivi chimici consentiti).

Risultano quindi abrogate tutte le contravvenzioni elencate nell’articolo 5 della legge n. 283/1962: si tratta in particolare dell’abrogazione del divieto di impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari:

  • private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;
  • in cattivo stato di conservazione;
  • con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali;
  • insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione;
  • con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego;
  • che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo.

La depenalizzazione dei reati di cui alla legge 283/1962 riguarda per esempio, la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione (Cassazione 9910/2020 relativamente alla vendita prodotti ittici in strada, collocati a temperatura ambiente su un banchetto occasionale privo di copertura ed esposti ad agenti atmosferici e inquinanti; Cassazione 1566/2019 relativamente al caso di vendita di uova con data di scadenza alterata); la semplice detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione (Cassazione 9349/2020 relativamente al caso in cui la carne era conservata in modo errato per la temperatura di 1 grado, invece che di -18 gradi, e per la presenza di muffe pur in assenza di agenti patogeni); vendita di alimenti in stato di alterazione (Cassazione 11246/2019 relativamente al caso di carne suina in cui è stata riscontrata la “salmonella c.d. minore”); impiego nella preparazione di alimenti di sostanze alimentari nocive (Cassazione 25332/2019 per utilizzo in pasticceria di olio di semi di girasole per friggere risultato nocivo, per essere il tenore di composti polari riscontrato pari a 31,4 gr., e quindi superiore al valore massimo tollerato).

Dal 26 marzo 2021 quindi tali condotte non costituiranno più reato (La legge 4.10.2019 n. 117 all’art. 12 comma 3 lett. i) delegava il Governo ad adottare, tra i vari, il seguente principio “ridefinire il sistema sanzionatorio per la violazione delle disposizioni del regolamento (UE) 2017/625 attraverso la previsione di sanzioni amministrative efficaci, dissuasive e proporzionate alla gravità delle violazioni medesime”. Il decreto legislativo n. 27/21 non contiene, per ora, sanzioni amministrative in relazione alle fattispecie di reato abrogate. Quindi, niente reato e niente sanzione).

All’abrogazione di tutte le condotte di reato previste dalla legge 283/1962 conseguirà un fenomeno di assoluzione per estinzione del reato relativamente ai processi in corso (art. 673, comma 2, c.p.p.) e di revoca della sentenza di condanna per tutte le altre ipotesi di sentenza definitiva, con condanna in corso di esecuzione (art. 673, comma 1, c.p.p.). Revoca disposta dal giudice dell’esecuzione dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato ed adottando i conseguenti provvedimenti

Con una recentissima ordinanza (n. 2653 del 4 febbraio 2021) la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Torino che accolto la domanda del marito di revoca dell’assegno di mantenimento alla moglie.

L’uomo aveva fondato la propria richiesta di revoca dell’assegno divorzile sull’età della donna, sulle sue buone condizioni di salute e sulla poca voglia di cercare un lavoro. La Corte d’Appello aveva accolto la domanda.

Da quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza della Cassazione, il difensore della donna aveva censurato la sentenza della Corte d’Appello che non aveva, a suo dire, adeguatamente tenuto conto del basso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e dell’età avanzata (46 anni) che non avrebbe consentito un facile reinserimento nel mondo del lavoro.

Allo stesso tempo, il difensore contestava la valutazione di “idoneità all’attività lavorativa” della sua cliente, e poi aggiungeva che, comunque, “anche ove ella avesse ripreso a svolgere attività lavorativa, ciò non le avrebbe potuto assicurare l’indipendenza economica”.

I Giudici di legittimità invece  hanno chiarito come, la Corte d’Appello avesse tenuto conto dell’età, giudicata non particolarmente avanzata, della ricorrente (46 anni), dell’assenza di patologie o condizioni di salute ostative all’attività lavorativa di addetta alle pulizie, già svolta occasionalmente, nonché della situazione economica complessiva e di un atteggiamento rinunciatario della signora a trovare un’occupazione, non smentito nel motivo di ricorso.

Centrale nel pensiero della Corte di Cassazione è proprio l’atteggiamento rinunciatario della ex moglie, che nonostante l’età e le buone condizioni di salute, ha deciso di non cercare un’occupazione lavorativa preferendo ricevere mensilmente l’assegno dell’ex marito.

L’omesso invio della dichiarazione iva da cui emerge un credito, poi riportato nel modello dell’anno successivo, non comporta la decadenza dal diritto di far valere tale credito purché lo stesso emerga dalle scritture contabili. Tale conclusione discende dall’interpretazione dell’art.18 della Direttiva CE n. 77/388/CE, il quale subordina il diritto alla detrazione dell’iva solamente al possesso della fattura, compilata secondo le disposizioni a essa applicabili. Tale soluzione garantisce il principio di neutralità dell’imposta in questione, quale principio fondamentale sul quale poggia l’intero impianto normativo dell’Iva. Ciò è quanto ha stabilito la Suprema Corte con ordinanza n. 14055 del 7 luglio 2020 che si dispone in linea con precedenti decisioni dei giudici di legittimità che avevano anche spiegato quali fossero le modalità pratiche per ottenere il rimborso in caso di omessa dichiarazione. La Cassazione civile, sezione tributaria (sentenza n. 20573/2019) aveva infatti chiarito che la fattispecie relativa ad un credito IVA maturato con riferimento ad anno d’imposta in cui non risultava presentata la relativa dichiarazione non potesse essere ricondotto all’ipotesi di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, che disciplina la detrazione o il rimborso della eccedenza d’imposta nell’ipotesi in cui il credito risulti dalla dichiarazione regolarmente presentata, posto che in caso di omessa o “tardiva presentazione della dichiarazione da parte del contribuente (che equivale, a tutti gli effetti, all’omessa presentazione ai sensi del cit. D.P.R. n. 633, art. 37, u.c.), il credito di imposta eventualmente esposto nella suddetta dichiarazione, anche se formatosi anteriormente e derivante da precedenti dichiarazioni ritualmente presentate, non può essere riportato nella dichiarazione annuale IVA relativa all’anno successivo, ostando di detto credito in detrazione il principio di contiguità temporale dei periodi di imposta cui è subordinata la operatività della compensazione tra il credito ed il debito tributario” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 1845 del 29/01/2014, Rv. 629500 01)”.

Veniva, quindi, ribadito il principio secondo cui “In tema d’IVA, alla domanda di rimborso non rientrante tra quelle previste dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 30, e perciò non contemplata da disposizioni specifiche, si applica il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, comma 2, di carattere residuale e secondo il quale “la domanda di restituzione, in mancanza di disposizioni specifiche, non può essere presentata dopo due anni dal pagamento ovvero, se posteriore, dal giorno in cui si è verificato il presupposto della restituzione” (Cass., Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 21674 del 23/10/2015, Rv. 636846 – 01; v. anche Cass. n. 8461/2005; 12433/2011, n. 5014/2015)”. Decisione che si allinea alla prassi dell’Agenzia delle Entrate (circolare n. 34 del 6 agosto 2012) per cui  “in coerenza con il principio di neutralità che ispira il sistema dell’IVA, il credito maturato in un’annualità per la quale non sia stata presentata la dichiarazione, se effettivamente esistente e spettante, potrà essere riconosciuto al contribuente (benchè attenga ad una dichiarazione omessa); più precisamente, il contribuente sarà ammesso a presentare istanza di rimborso del credito, ai sensi del D. Lgs. n. 546 del 1992, art. 21, entro due anni dal pagamento degli esiti della liquidazione ovvero dell’esito del contenzioso relativo alla cartella di pagamento conseguente alla liquidazione stessa, favorevole all’Agenzia. In tal caso, il rimborso sarà erogato solo dopo aver riscontrato l’effettiva spettanza del credito”.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14951 del 14 luglio 2020, ha confermato la possibilità di porre a carico dei nonni una parte dell’assegno di mantenimento del nipote disabile, nel caso in cui la madre ed i genitori non riescano a coprire le spese ed il padre non abbia mai versato quanto stabilito.

La Suprema Corte si è pronunciata sul ricorso presentato da un nonno contro la decisione della Corte di Appello di Perugia che aveva confermato la condanna al versamento mensile di euro 130 in favore della nuora come contributo per le spese del nipote, poiché il padre non adempiva all’obbligo di mantenimento del figlio disabile.

Il nonno paterno impugnava la sentenza dei giudici di seconde cure ritenendo che la madre del nipote non avesse mai dimostrato lo stato di bisogno e/o l’incapacità a provvedere al mantenimento del figlio, in quanto quest’ultima lavorava stabilmente e viveva addirittura presso i propri genitori.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dichiarando nella motivazione che “L’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 c.c. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicché, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di costui”.

Partendo da questo consolidato principio, anche i nonni (sia paterni che materni) sono obbligati a contribuire al mantenimento dei nipoti fornendo i mezzi necessari ai genitori per adempiere ai loro doveri nei confronti dei figli.

La Corte ha quindi statuito che l’obbligo dei nonni “è infatti, subordinato e, quindi sussidiario rispetto a quello, primario, dei genitori, non essendo, appunto, consentito, rivolgersi agli ascendenti solo perché uno dei due genitori non dia il proprio contributo, ove l’altro genitore sia in grado di mantenere la prole”.

Nel caso di specie, il reddito della madre (che dimostrava di percepire uno stipendio mensile di circa 1.100 euro) è stato ritenuto “insufficiente a far fronte alle esigenze del minore, perché è malato e necessita di terapie riabilitative, e ciò pur tenendo conto del contributo economico dei nonni materni, con i quali la donna abita”.

La donna, inoltre, aveva dimostrato, nel corso dei precedenti gradi di giudizio, di non ricevere alcun contributo economico da parte del padre, il quale non ha mai versato alcun assegno per il contributo al mantenimento del figlio e su questo grave inadempimento il giudice di legittimità ha ritenuto l’obbligo, (sussidiario rispetto alla violazione dell’obbligo di mantenimento da parte del padre e solidale rispetto alla insufficienza economica della madre)  a carico dei nonni paterni di contribuire alle spese del mantenimento per il nipote.