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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Il raddoppio dei termini per l’accertamento è illegittimo quando la denuncia di reato è infondata.

Questo è il principio di diritto che ha enunciato la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Sezione Distaccata di Brescia con sentenza n. 285/05/2021.

La vicenda coinvolgeva una cliente dello studio che riceveva quattro avvisi di accertamento, tutti emessi oltre il termine ordinario di decadenza di cui agli art. 43 D.P.R. 600/73 e 57 D.P.R. 633/72; la ragione che a parere dell’Agenzia delle Entrate avrebbe “sanato” la tardiva notificazione sarebbe stata la presenza di due denunce penali a carico della contribuente, trasmesse all’autorità giudiziaria prima del decorso del termine naturale di decadenza. Ciò, quindi, avrebbe di fatto consentito il raddoppio del termine per l’accertamento.

A parere del Primo Giudice la verifica della fondatezza o meno della denuncia o meglio della non pretestuosità della stessa è affidata al vaglio del giudice tributario che deve compiere una valutazione ora per allora (prognosi postuma) accertando che l’amministrazione abbia agito con imparzialità e non abbia fatto un uso strumentale della denunzia.

La verifica del giudice tributario è limitata ai presupposti dell’obbligo di denuncia penale e non già all’accertamento del reato. Anche la sorte della denuncia, e cioè se ad essa sia seguita una archiviazione, una assoluzione o una condanna penale, non incide di per sé sulla valutazione di fondatezza della denunzia, anche se possono essere validi indizi per comprenderne la fondatezza.

A parere della C.T.P. di Brescia quindi le notizie di reato trasmesse alla giustizia ordinaria apparivano di estrema vaghezza, circostanza confermata dall’esito processuale delle stesse.

A seguito dell’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate la CT.R. della Lombardia confermava come sia compito del giudice tributario valutare l’opportunità dell’istituto del raddoppio dei termini sulla base della fondatezza o meno della notizia di reato. Nel caso di specie, come ulteriormente confermato anche a posteriori dall’esito dei procedimenti penali, non sussistevano i presupposti perché il raddoppio operasse e i giudici di primo grado hanno giustamente tenuto in considerazione l’inesistenza di sufficienti prove che fondassero la denuncia stessa.

È proprio questo il principio che deve guidare nella valutazione dell’istituto del raddoppio il giudice tributario il quale, con una valutazione ex ante, stabilisce l’esistenza dei presupposti per l’obbligo di denuncia in relazione a determinati reati tributari.

IL MODELLO ORGANIZZATIVO EX  D. LGS 231/01 ADOTTATO DALLA SOCIETA’ E’ STATO RITENUTO INSUFFICIENTE PER LA PREVENZIONE E PROTEZIONE DEL REATO PRESUPPOSTO

A seguito del blocco di una presa ad iniezione intasata con del materiale plastico, un operaio di una società per azioni, senza indossare idonei guanti ad alta protezione termica, senza attendere che la camera calda si raffreddasse prima di procedere e con l’ausilio di una bacchetta di rame, rimuoveva la plastica che ostruiva l’iniettore: durante tali operazioni un getto di plastica liquida lo colpiva alla mano sinistra, cagionandogli ustioni e lesioni.

La Corte d’Appello di Venezia, confermando la sentenza del Tribunale di Venezia,

  1. condannava l’amministratore unico della s.p.a. alla pena di mesi tre di reclusione e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile in relazione al reato di cui all’art. 590, comma terzo, c.p. (lesioni colpose) per aver con colpa generica cagionato al dipendente, con mansioni di attrezzista, un trauma alla mano sinistra con ferite ed ustioni. In particolare, all’amministratore unico veniva contestata la violazione degli artt. 29, comma 3 (non aggiornata valutazione dei rischi in relazione all’operazione di sbloccaggio della plastica di seguito descritta, considerato il frequente numero degli infortuni per la medesima causa verificatasi nel corso degli anni), e dell’art. 77, comma 3 (omessa fornitura di guanti ad alta protezione termica) del D. Lgs 81 del 2008
  2. dichiarava la s.p.a. responsabile dell’illecito amministrativo ex 25-septies, comma 3, D.Lgs n. 231 del 2001 ed la condannava al pagamento della sanzione di euro trentamila, con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di mesi tre. In particolare, la s.p.a. veniva invece condannata per l’adozione di un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi derivanti dalla rimozione della plastica e per il vantaggio economico consistito in un risparmio di spesa per il mancato acquisto dei guanti di protezione nonché maggior guadagno determinato dal non rallentamento della produzione dovuta all’attesa del raffreddamento del materiale plastico nei casi frequenti (3 o 4 volte per turno di lavoro) di intasamento delle presse.

Nonostante nelle more del giudizio in Cassazione si fosse prescritto il reato nei confronti dell’amministratore unico, la Suprema Corte con sentenza n. 13575 del 5 maggio 2020 ha ritenuto comunque di confermare la condanna della s.p.a. evidenziando come la società avesse risparmiato il danaro necessario all’acquisto di guanti di protezione, non avesse curato la formazione dei lavoratori mediante appositi corsi e si fosse avvantaggiata per l’imposizione di ritmi di lavoro, che prescindevano dalla messa in sicurezza della macchina, tramite il raffreddamento della stessa, prima dell’intervento riparatore, in tal modo conseguendo, a scapito della sicurezza dei lavoratori, un aumento della produttività.

Proprio sulla carenza di formazione insiste il giudice di legittimità laddove sottolinea che l’infortunato, come i suoi colleghi, per non interrompere il ritmo della lavorazione, non aveva atteso il raffreddamento della macchina. L’azienda, di contro, non aveva mai prospettato agli operai tale eventualità e non aveva fornito spiegazioni relative alla tecnica di rimozione dei tappi di plastica che ostruivano l’iniettore. I testi sentiti nel corso del processo avevano riferito di una prassi che consisteva nel non interrompere il ciclo produttivo, senza attendere il raffreddamento per venti o trenta minuti nel caso in cui si fosse verificato l’inconveniente del tappo (era assai frequente l’ipotesi di intasamento del tappo degli iniettori).

Il mancato aggiornamento del Documento ex D Lgs 81/08 di valutazione dei rischi e l’adozione di un modello organizzativo ex D Lgs 231/01 insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi sulla salute e sicurezza dei lavoratori hanno causato la condanna della s.p.a. al pagamento della sanzione di euro trentamila, con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di mesi tre.