Logo

STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Ha annunciato in una nota il MEF che “L’Autorità competente italiana (il Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia e delle Finanze) e l’Autorità competente svizzera (l’Amministrazione Federale delle Contribuzioni) hanno concluso un Accordo per rendere operativo lo scambio di informazioni a fini fiscali attraverso “richieste di gruppo” in base all’articolo 27 della Convenzione per evitare le doppie imposizioni tra l’Italia e la Svizzera.

L’Accordo è in vigore dal 2 Marzo 2017 e definisce le modalità operative per una specifica categoria di “richieste di gruppo” ammissibili. Esso rappresenta un ulteriore importante elemento di collaborazione tra i due paesi verso l’obiettivo di una maggiore trasparenza fiscale, a seguito dell’entrata in vigore (il 13 luglio 2016) del Protocollo di modifica della Convenzione per evitare le doppie imposizioni tra Italia e Svizzera, che ha allineato lo scambio di informazioni tra i due paesi al più recente standard dell’OCSE.

Le richieste di gruppo potranno riferirsi a fatti e/o circostanze esistenti o realizzate a partire dal 23 febbraio 2015 (data di firma del Protocollo) e – in linea con lo standard OCSE – riguarderanno gruppi di contribuenti identificabili in base a determinati schemi di comportamento, senza necessità di elencazione nominativa nella richiesta. L’Accordo riguarda i “contribuenti recalcitranti”, cioè i clienti italiani a cui è stato richiesto dai propri istituti finanziari ma hanno rifiutato di fornire adeguate rassicurazioni sulla regolarità dei fondi depositati presso le istituzioni finanziarie svizzere interessate. Le richieste di gruppo generano elenchi nominativi in risposta, che potranno dare origine ad ulteriori richieste di informazioni più dettagliate.

Le Autorità competenti dei due paesi intendono continuare la proficua collaborazione per rendere operative le richieste di gruppo anche sui conti chiusi e quelli “sostanzialmente chiusi” di pertinenza di clienti italiani.

L’iniziativa è in linea con l’evoluzione del quadro di cooperazione internazionale per la trasparenza fiscale, che include lo scambio automatico di informazioni finanziarie a fini fiscali.

Lo scambio automatico consentirà all’Italia di ricevere in via continuativa, a partire da settembre 2017, le informazioni nominative su italiani con disponibilità finanziarie presso un ampio numero di paesi, compresi i maggiori centri finanziari. In tale rinnovato contesto, la recente riapertura dei termini della Voluntary Disclosure rappresenta un’importante opportunità per i contribuenti italiani che intendono regolarizzare la propria posizione fiscale con riguardo alle attività detenute all’estero in violazione delle norme fiscali”.

Di seguito trascriviamo il testo dell’accordo tradotto dall’inglese all’italiano.

Accordo tra le Autorità Competenti della Confederazione svizzera e l’Italia sullo scambio d’informazioni attraverso le richieste di gruppo

Considerato che le Autorità Competenti della Confederazione Svizzera e l’Italia vogliono migliorare le loro relazioni sulla mutua assistenza nelle questioni fiscali;

Considerato che l’Articolo 27 (“Scambio d’Informazioni”) della Convenzione tra la Confederazione Svizzera e la Repubblica italiana contro la Doppia Tassazione del 9 marzo 1976 (“la Convenzione”) è stata modificata dal Protocollo firmato il 23 febbraio 2015, ai sensi dell’Articolo 26 (“Scambio di Informazioni”) del Modello OCSE di convenzione fiscale sugli investimenti e sul capitale;

Considerato che l’Articolo II del Protocollo del 23 febbraio 2015 ha aggiunto la lettera e-bis) al Protocollo Addizionale del 9 marzo 1976 della Convenzione, che permette, con riferimento all’Articolo 27, inter alia, richieste d’informazioni riguardanti una pluralità di contribuenti se identificati per nome o in modo differente (“richieste di gruppo”);

Considerato che, le Autorità Competenti, tenendo in considerazione il Paragrafo 2.3.4. della «Roadmap sul percorso da seguire nelle controversie fiscali e finanziarie tra Italia e Svizzera» firmata il 23 febbraio 2015, vogliono giungere a un accordo finalizzato a definire una posizione comune sull’individuazione di una specifica categoria di ammissibili richieste di gruppo in linea con l’Articolo 27 della Convenzione;

Considerato che, le Autorità Competenti, prendendo in considerazione la decisione della Corte federale svizzera 2C_276/2016 del 12 settembre 2016 sull’ammissibilità di una richiesta di gruppo di un Paese terzo, hanno concordato che tale accordo dovrebbe essere riferito alle richieste di gruppo per “titolari di conto non collaborativi (recalcitranti)”, e che continueranno a discutere su come gestire, in conformità agli standard OCSE, le richieste di gruppo sui “conti chiusi” e sui “conti sostanzialmente chiusi/vuoti”;

Considerato che, l’informazione scambiata in virtù di questo Accordo rimane confidenziale ed è usata solo per gli scopi fissati nell’Articolo 27 Paragrafo 2 della Convenzione;

Considerato che, in rispetto dell’Accordo tra l’Unione Europea e la Confederazione Svizzera sullo scambio automatico d’informazioni sui conti finanziari per lo sviluppo degli adempimenti fiscali internazionali, che è entrato in vigore il 1 gennaio 2017, lo scambio automatico d’informazioni sui conti finanziari basato sul “Standard comune di relazione finanziaria” (“Common reporting standard”) sarà vincolante tra Confederazione svizzera e Italia dal 2018 riguardo a conti finanziari esistenti dal 31 dicembre 2016 e nuovi conti aperti dal 1 gennaio 2017;

le Autorità Competenti hanno convenuto i seguenti:

Articolo 1 

L’Autorità Competente della Confederazione Svizzera deve procedere, entro i limiti imposti dalla Convenzione e da questo Accordo, richieste di gruppo riguardanti conti tenuti, durante un qualsiasi momento durante il periodo tra il 23 febbraio 2015 e il 31 dicembre 2016, da residenti italiani correntisti (proprietari di conti) di istituzioni finanziarie situate in Svizzera.

Articolo 2

1. Le richieste di gruppo riguardanti l’Articolo 1 devono riguardare “titolari di conto non collaborativi” (recalcitranti).
2. “Titolari di conto non collaborativi” (recalcitranti) sono privati che sono contribuenti dell’Italia, i cui nomi sono sconosciuti e che sono identificabili mediante i seguenti criteri durante il periodo tra il 23 febbraio 2015 e il 31 dicembre 2016:
a. il privato è o era un proprietario di uno o più conti di un’istituzione finanziaria situata in Svizzera;
b. il titolare del conto ha o ha avuto domicilio o residenza in Italia (coerentemente alla documentazione bancaria in possesso dell’istituto finanziario situato in Svizzera);
c. è stata spedita una lettera al titolare del conto dall’istituto finanziario situato in Svizzera nella quale lo stesso annuncia la chiusura forzata del conto/i corrente bancario/i eccetto che lui/lei abbia fornito all’istituto finanziario situato in Svizzera il modulo firmato “Tassa sui risparmi UE – Autorizzazione per la Voluntary Disclosure” o qualsiasi altra prova del suo/sua regolarizzazione fiscale (Nota bene: tax compliance è adempimento spontaneo agli obblighi tributari da parte del contribuente) per quel/quei conto/i;
d. nonostante questa lettera il titolare del conto non ha fornito all’istituto finanziario situata in Svizzera adeguate prove di regolarizzazione fiscale;

Articolo 3

Sono esclusi dal campo di applicazione dell’Articolo 2 i conti correnti:
a. che sono stati rivelati entro l’ambito dell’accordo sulla tassazione dei risparmi tra la Confederazione svizzera e l’Unione Europea;
o
b. per i quali un’autorizzazione riguardo al specifico conto è stata presentata all’istituzione finanziaria situata in Svizzera entro l’ambito del programma di Voluntary Disclosure italiano (VDP); o
c. per i quali il complessivo ammontare del conto corrente del contribuente italiano tenuto presso l’istituzione finanziaria situata in Svizzera sia stato regolarizzato entro l’ambito dello Scudo Fiscale italiano e il conto corrente soddisfi tutte le seguenti condizioni (cosi chiamato “rimpatrio giuridico” o “juridical repatriation”):
• l’ammontare totale del conto corrente tenuto presso l’istituto finanziario situato in Svizzera al tempo della firma della dichiarazione anonima (e dei suoi allegati, se vi sono) era equivalente all’ammontare del patrimonio regolarizzato svizzero indicato nella dichiarazione anonima; e
• la dichiarazione anonima è stata firmata dal contribuente e controfirmata e inoltre timbrata (vidimata) da un istituto finanziario situato in Italia; e
• nessun nuovo importo (di denaro) era stato depositato nel conto corrente dopo la data di firma della dichiarazione anonima. Proventi di attività regolarizzate non si qualificano come nuovo denaro; e
• il mandato all’istituto finanziario italiano di agente di ritenuta e intermediario di comunicazione non è stato revocato, salvo che un differente mandato non sia stato affidato a un differente istituto finanziario italiano e tale mandato includa una delega a svolgere ritenute alla fonte (ritenuta fiscale) e obblighi informativi alle autorità fiscali italiane;
o
d. per i quali il contribuente ha fornito prove all’Amministrazione federale delle contribuzioni che il patrimonio sul conto corrente alla fine dell’ultimo anno d’imposta per il quale la scadenza nella dichiarazione dei redditi è scaduta sono stati inclusi nell’apposita dichiarazione dei redditi regolarmente presentata all’Amministrazione fiscale italiana, più specificatamente nel Quadro RW. Se l’importo dichiarato come detenuto con l’istituto finanziario svizzero è superiore al saldo del conto alla fine dell’ultimo anno fiscale del conto in questione, il contribuente deve presentare all’Amministrazione federale delle contribuzioni l’estratto conto/i per quanto riguarda le altre attività con istituti finanziari svizzeri in modo da consentire all’Amministrazione federale delle contribuzioni di esaminare se i patrimoni (beni) dichiarati sono corrispondenti al saldo/i del conto/i corrente/i. Se l’importo dichiarato come detenuto con l’istituto finanziario svizzero è inferiore al saldo del conto alla fine dell’ultimo anno fiscale del conto stesso, l’esenzione dalla comunicazione del conto corrente prevista in questa lettera d) non si applica;
o
e. per i quali l’informazione richiesta è già stata trasmessa all’Autorità Competente italiana previa procedura di assistenza amministrativa.

Articolo 4 

Richieste di gruppo fatte secondo l’Articolo 2 indicheranno i seguenti:
– spiegazione dei criteri di selezione e della ragione del perché essi conducano al sospetto di una evasione fiscale quando combinati insieme;
– persona in Svizzera, che potrebbe essere in possesso delle informazioni richieste (nome dell’istituto finanziario situato in Svizzera);
– periodo sotto investigazione (sotto analisi);
– fini fiscali, cioè indicazione dell’oggetto della tassazione (per esempio reddito, patrimoni) e le relative tasse;
– descrizione dei fatti e degli obiettivi perseguiti, inclusa una dichiarazione che spieghi – basata su evidenze statistiche (allegate dal Volontary Disclosure Program) – che un considerevole numero di contribuenti italiani non ha dichiarato i loro conti correnti tenuti presso istituti finanziari svizzeri, specialmente con l’istituto finanziario svizzero interessato;
– se applicabile, altre fonti che mostrino la inadempienza dei contribuenti italiani riguardo ai loro conti correnti dell’istituto bancario svizzero (includendo numeri specifici, se disponibili);
– copia di una lettera inviata a uno o più contribuente/i italiano/i dall’istituto finanziario svizzero interessato che mostri come l’istituto stesso abbia contattato contribuenti italiani per i quali non era chiaro all’istituto finanziario se i loro conti correnti fossero regolari dal punto di vista fiscale, e con la quale i contribuenti fossero informati della chiusura forzata dei conto/i corrento/i presso quell’istituto finanziario salvo che fosse presentata prova di regolarità del conto/i dal punto di vista fiscale;
– prevedibile rilevanza dell’informazione richiesta all’amministrazione e dell’applicazioni delle leggi nazionali dell’Italia (competenza);
– ogni altra informazione utile per il trattamento delle richieste gruppo.

Capitolo 5 

In risposta a una richiesta di gruppo fatta secondo l’Articolo 2 dalla Competente Autorità italiana, l’Autorità Competente svizzera fornirà le seguenti informazioni:
– dati personali sul presunto contribuente italiano: cognome, nome, data di nascita, ultimo domicilio conosciuto secondo la documentazione bancaria;
– numero/i di conto/i corrente/i;
– saldo del conto/i tra il 28 febbraio 2015 e il 31 dicembre 2016.
Le informazioni di cui sopra devono essere fornite secondo la forma indicata dall’Autorità Competente italiana.

Redatto in duplice copia a Roma il 27 febbraio 2017 e a Berna il 2 marzo 2017.

 

Con una recentissima sentenza (n. 5173 del 28.02.2017), la Suprema Corte di Cassazione, ha definito con grande chiarezza il tema dell’onere della prova in materia di fatture oggettivamente e soggettivamente fittizie.

La fattura relativa a operazioni oggettivamente inesistenti è la mera espressione cartolare di un servizio mai prestato o di una cessione mai effettuata: la relativa prova deve essere fornita dall’Agenzia delle Entrate, mentre al contribuente spetterà la prova contraria.

Nella ipotesi di fatture relative ad operazioni soggettivamente inesistenti, l’operazione è stata realmente eseguita ma la fattura risulterà essere stata emessa da un soggetto diverso da quello che ha prestato il servizio o effettuato la cessione in essa descritta (e della quale il cessionario o il committente è stato il reale destinatario).

Conseguentemente, l’Iva, in linea di principio, non potrà essere detratta, poiché versata ad un soggetto non legittimato alla rivalsa.

In sostanza, la Cassazione, richiamando una costante giurisprudenza, riafferma il principio per cui non potranno essere utilizzate, ai fini della detraibilità dell’imposta sul valore aggiunto, tutte quelle fatture che risulteranno essere state emesse da chi non è stato controparte nell’operazione commerciale, in quanto tali fatture, pur riferite ad operazioni realmente intervenute, avrebbero dovuto essere emesse dal reale fornitore o dall’effettivo cedente.

Viene così richiamato l’art. 168, lett. A) della Direttiva 2006/112/CEE del Consiglio dell’Unione Europea che statuisce il principio per cui, per poter beneficiare del diritto alla detrazione, occorre che tutti i soggetti (cedente, prestatore del servizio, cessionario, committente) siano effettivi soggetti passivi di imposta.

A tal fine occorre tutelare la buona fede del contribuente che riceve il servizio o il bene da un soggetto diverso da colui che ha effettivamente effettuato l’operazione, fermo restando, in ogni caso, che i destinatari dell’operazione soggetta ad IVA non possono avvalersi, fraudolentemente o abusivamente, delle norme dell’Unione Europea.

In questo senso un soggetto passivo che sapeva o avrebbe dovuto sapere che, con il proprio acquisto, partecipava ad un’operazione che si iscriveva in un’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, deve essere considerato, ai fini della Direttiva  2006/112, partecipante a tale evasione.

Nella ripartizione dell’onere della prova, secondo il giudizio della Corte Suprema, incomberà, quindi, all’Agenzia delle Entrate, anche sulla base di sole presunzioni, provare che il contribuente (al momento in cui acquistò il bene o il servizio) sapeva o avrebbe dovuto sapere (utilizzando l’ordinaria diligenza) che il soggetto formalmente cedente avrebbe evaso l’imposta.

Spetta quindi all’Amministrazione finanziaria provare che il contribuente disponeva di indizi idonei ad avvalorare un tale sospetto e a porre sull’avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente (Corte di Giustizia, in C-285/11, Bonik; Corte di Giustizia, in C277/14, Ppuh, par. 50).

Ma quali sono gli elementi oggettivi che consentono di ritenere provata l’inesistenza soggettiva dell’operazione e la consapevolezza di tale inesistenza da parte del contribuente?

Per la Suprema Corte, nei casi di operazioni soggettivamente fittizie di tipo triangolare nelle quali un soggetto (colui che emette la fattura) si interpone tra il reale esecutore della prestazione di servizio o della vendita di beni ed il contribuente l’onere, a carico dell’Agenzia delle Entrate, “può esaurirsi nella prova che il soggetto interposto è privo di dotazione personale e strumentale adeguata all’esecuzione della prestazione fatturata (è, cioè, una cartiera), costituendo ciò, di per sé, elemento idoneamente sintomatico della mancanza di buona fede del cessionario, poiché l’immediatezza dei rapporti tra i soggetti coinvolti nella frode induce ragionevolmente ad escludere l’ignoranza incolpevole del contribuente in  merito all’avvenuto versamento dell’IVA a soggetto non legittimato alla rivalsa né assoggettato all’obbligo del pagamento dell’imposta”  (C. Cass., n. 24426 del 2013).

Per contro, sempre secondo il giudizio della Suprema Corte, per il contribuente che utilizzi la fattura emessa dal soggetto interposto non sarà sufficiente:

  • né la dimostrazione della regolarità della documentazione contabile;
  • né la dimostrazione di avere ricevuto la merce o il servizio;
  • né l’avvenuto pagamento della merce o del servizio;
  • né la congruità del costo sostenuto;
  • né la presentazione, da parte della cartiera, delle dichiarazioni sostitutive con le quali attestava falsamente di aver adempiuto agli obblighi tributari.

Si riversa, dunque,  sul contribuente  l’onere  di  provare  di essersi  trovato  nella  situazione  di  oggettiva   inconoscibilità   delle pregresse operazioni fraudolente intercorse tra il cedente ed  i  precedenti fornitori, ovvero, nonostante l’impiego  della  dovuta  diligenza  richiesta dalle specifiche modalità in cui si è svolta l’operazione contestata, di non essere stato in grado di abbandonare lo stato  di  ignoranza  sul  carattere fraudolento delle operazioni degli altri soggetti collegati all’operazione.

Il contribuente, in conclusione, è chiamato ad offrire una prova rigorosa circa la sua assenza di colpevolezza e/o l’incolpevole ignoranza della frode.

Prova che il contribuente, evidentemente, sarà costretto a precostituirsi attraverso una indagine preventiva (rispetto all’acquisto della merce e/o del servizio) che consenta di verificare e documentare che il proprio fornitore sia munito di una idonea struttura organizzativa adeguata alla prestazione effettuata.

Sul punto il giudice comunitario (Corte Giust. 21 giugno 2012, cause riunite C-80/11 e 142/11) ha affermato che va negato il beneficio del diritto a detrazione dell’IVA ove sia dimostrato, alla luce di elementi oggettivi, che il soggetto passivo, al quale sono stati forniti i beni  o  i servizi posti a fondamento del diritto a detrazione, sapeva o avrebbe dovuto sapere  che  tale  operazione  si  iscriveva  in  un’evasione  commessa  dal fornitore o da un altro operatore  a  monte.   Per la Corte comunitaria è legittimo “esigere che un operatore adotti tutte le misure che gli si  possono ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi  che  l’operazione effettuata non lo conduca a  partecipare  ad  un’evasione  fiscale”,  ma  la diligenza esigibile dall’operatore dipende essenzialmente dalle circostanze della fattispecie.   Così “qualora sussistano indizi che  consentono  di sospettare l’esistenza di irregolarità o di evasioni, un  operatore  accorto potrebbe, secondo le circostanze del caso di specie, vedersi  obbligato ad assumere informazioni su un altro operatore,  presso  il  quale  prevede  di acquistare beni o servizi, al fine di sincerarsi della sua affidabilità”.