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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

La legge di bilancio 2020 (Legge n. 160 del 27 dicembre 2019) ha abbassato a 2 mila euro la soglia per i pagamenti in contanti, oggi fissata a 3 mila euro. In particolare, è stato inserito il comma 3 bis all’art. 49 del Decreto legislativo 231/07 che così dispone “A decorrere dal 1° luglio 2020 e fino al 31 dicembre 2021, il divieto di cui al comma 1 e la soglia di cui al comma 3 sono riferiti alla cifra di 2.000 euro. A decorrere dal 1° gennaio 2022, il predetto divieto e la predetta soglia sono riferiti alla cifra di 1.000 euro”.

Riassumendo, tutti i trasferimenti di denaro tra soggetti diversi superiori alla soglia di € 2.999,99 devono avvenire con modalità tracciabili: da € 3,000 in avanti è necessario per forza usare bonifici, assegni, carte di credito o di debito. Tra circa sei mesi (a luglio 2020), la soglia dell’uso dei contanti si abbasserà a € 1.999,99. Pertanto, non sarà più possibile fare prestiti, donare o acquistare beni e servizi in contanti se l’importo complessivo della transazione raggiunge i 2.000 euro. Tale soglia, a partire dal 2022, scenderà ulteriormente sino ad arrivare a € 1.000.

Il limite all’utilizzo del denaro contante deve essere riferito alla singola operazione nel suo complesso; ciò significa, per esempio, che non è possibile frazionare artificiosamente l’importo di un pagamento superiore alla soglia di legge per aggirarne il limite.

È invece possibile stabilire contrattualmente un pagamento superiore complessivamente ad € 3.000 versando una caparra in contanti (che deve essere inferiore ovviamente ad € 3.000) e il resto con strumenti tracciabili. Possono essere pagate in contanti cambiali e assegni consegnate al notaio per il protesto perché il professionista è considerato un mandatario dell’istituto di credito.

Va detto che a proposito di istituti di credito, le norme sul limite del contante non valgono per i prelievi ed i versamenti dai conti correnti. Ciò perché la norma di riferimento (art. 49 D Lgs 231/07) fa riferimento espresso alle transazioni tra soggetti diversi (e nel deposito bancario la banca è ritenuta depositaria delle somme e non soggetto diverso dal correntista).

Ciò però non significa che il versamento di denaro contante sul conto corrente d’importo superiore al limite di legge, non abbia conseguenze.

Nel momento in cui si analizzano quali sono i limiti al versamento di denaro contante sul conto corrente si deve tenere conto del Testo Unico sulle imposte sui redditi (D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600). In particolare, l’articolo 32 consente all’Agenzia delle Entrate di considerare ricavi tutti i versamenti in banca o gli accrediti tramite bonifico. Ricavi che, ovviamente, dovranno essere riportati nella dichiarazione dei redditi per essere oggetto di tassazione. Se però si tratta di somme già tassate alla fonte (ad esempio una vincita al gioco) o esentasse (ad esempio una donazione) è necessario essere in grado di dimostrarne la provenienza.

Se non si ha la prova di ciò – prova che, per i limiti del procedimento amministrativo tributario, non può che essere scritta e con data certa – la somma depositata sul conto corrente e non “giustificata” sarà accertata come maggiore imponibile e soggetta a tassazione oltre all’applicazione di una sanzione (elevata) per infedele dichiarazione dei redditi.

A seguito della notificazione di un avviso di liquidazione, l’Agenzia delle Entrate sanzionava una cittadina cubana residente in Italia per l’omessa presentazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi; la contribuente in particolare risultava proprietaria nella Repubblica Cubana di un immobile acquistato in Moneta Nazionale.

Con l’avviso di liquidazione l’Agenzia delle Entrate, al fine di determinare il valore dell’immobile cui applicare la sanzione di cui alla Legge 167/1990, aveva applicato il tasso di conversione di cui al Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate (quello relativo al mese in cui era avvenuta la compravendita) senza considerare però il peculiare sistema monetario cubano.

Nella Repubblica di Cuba circolano due diverse monete: il Peso Cubano (o moneta nazional – CUP) con cui si pagano i salari dei cittadini e il Peso Cubano Convertibile (CUC).

È necessario distinguere la Moneta Nazionale dal Peso Convertibile poiché la prima è la vera moneta dei cubani mentre il peso convertibile è la moneta degli stranieri; anche graficamente le banconote delle due monete sono completamente diverse, come dimostrano le seguenti immagini:

Il valore del Peso convertibile (cioè quello in uso agli stranieri) è fisso ed è esattamente equiparato a quello del dollaro statunitense; il rapporto tra la Moneta Nacional e CUC è variabile, si attesta intorno ad 1.25; quindi 1 CUC =25 CUP di rapporto di cambio.
È chiaro quindi che non è sufficiente parlare di Peso Cubano, ma è necessario distinguere la Moneta Nazionale dal Peso Convertibile, in quanto hanno un valore completamente diverso.

Questo sistema economico caratterizzato dalla contemporanea presenza di una doppia moneta, se ignorato, può causare un’errata valutazione circa i reali valori dei beni.

L’Agenzia delle Entrate, applicando il tasso di conversione previsto dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate nel provvedimento per il Peso Cubano/euro (che alla data dell’acquisto da parte della contribuente era pari a 1,22885) aveva commesso un grave errore.

La moneta cui fa riferimento il Direttore dell’Agenzia delle Entrate nei propri provvedimenti mensili (indicanti i tassi di conversione delle monete straniere) è il Peso Cubano Convertibile (quello che vale un dollaro) e non certamente la Moneta Nazionale, che vale circa 25 volte di meno.

Ciò emerge in maniera netta dalla circostanza che in tutti i provvedimenti del Direttore dell’Agenzia delle Entrate relativi il tasso di conversione CUP/Euro è uguale a Dollaro USA/Euro.

L’errore di interpretazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate relativo ai tassi di cambio aveva, nella sostanza, aveva condotto l’Agenzia delle Entrate ad attribuire all’immobile della cittadina cubana un valore 25 volte superiore a quello reale; con dirette ripercussioni pratiche alla luce del fatto che la sanzione irrogata è riferita proprio al valore del bene (in questo caso calcolato sul costo storico d’acquisto).

A seguito di ricorso patrocinato dal nostro studio legale, la Commissione Tributaria Provinciale di Milano ha annullato l’avviso di liquidazione riconoscendo come il tasso di conversione da applicare fosse quello relativo alla Moneta Nazionale ossia 1.25 rispetto al CUC.