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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

IL MODELLO ORGANIZZATIVO EX  D. LGS 231/01 ADOTTATO DALLA SOCIETA’ E’ STATO RITENUTO INSUFFICIENTE PER LA PREVENZIONE E PROTEZIONE DEL REATO PRESUPPOSTO

A seguito del blocco di una presa ad iniezione intasata con del materiale plastico, un operaio di una società per azioni, senza indossare idonei guanti ad alta protezione termica, senza attendere che la camera calda si raffreddasse prima di procedere e con l’ausilio di una bacchetta di rame, rimuoveva la plastica che ostruiva l’iniettore: durante tali operazioni un getto di plastica liquida lo colpiva alla mano sinistra, cagionandogli ustioni e lesioni.

La Corte d’Appello di Venezia, confermando la sentenza del Tribunale di Venezia,

  1. condannava l’amministratore unico della s.p.a. alla pena di mesi tre di reclusione e al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile in relazione al reato di cui all’art. 590, comma terzo, c.p. (lesioni colpose) per aver con colpa generica cagionato al dipendente, con mansioni di attrezzista, un trauma alla mano sinistra con ferite ed ustioni. In particolare, all’amministratore unico veniva contestata la violazione degli artt. 29, comma 3 (non aggiornata valutazione dei rischi in relazione all’operazione di sbloccaggio della plastica di seguito descritta, considerato il frequente numero degli infortuni per la medesima causa verificatasi nel corso degli anni), e dell’art. 77, comma 3 (omessa fornitura di guanti ad alta protezione termica) del D. Lgs 81 del 2008
  2. dichiarava la s.p.a. responsabile dell’illecito amministrativo ex 25-septies, comma 3, D.Lgs n. 231 del 2001 ed la condannava al pagamento della sanzione di euro trentamila, con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di mesi tre. In particolare, la s.p.a. veniva invece condannata per l’adozione di un modello organizzativo insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi derivanti dalla rimozione della plastica e per il vantaggio economico consistito in un risparmio di spesa per il mancato acquisto dei guanti di protezione nonché maggior guadagno determinato dal non rallentamento della produzione dovuta all’attesa del raffreddamento del materiale plastico nei casi frequenti (3 o 4 volte per turno di lavoro) di intasamento delle presse.

Nonostante nelle more del giudizio in Cassazione si fosse prescritto il reato nei confronti dell’amministratore unico, la Suprema Corte con sentenza n. 13575 del 5 maggio 2020 ha ritenuto comunque di confermare la condanna della s.p.a. evidenziando come la società avesse risparmiato il danaro necessario all’acquisto di guanti di protezione, non avesse curato la formazione dei lavoratori mediante appositi corsi e si fosse avvantaggiata per l’imposizione di ritmi di lavoro, che prescindevano dalla messa in sicurezza della macchina, tramite il raffreddamento della stessa, prima dell’intervento riparatore, in tal modo conseguendo, a scapito della sicurezza dei lavoratori, un aumento della produttività.

Proprio sulla carenza di formazione insiste il giudice di legittimità laddove sottolinea che l’infortunato, come i suoi colleghi, per non interrompere il ritmo della lavorazione, non aveva atteso il raffreddamento della macchina. L’azienda, di contro, non aveva mai prospettato agli operai tale eventualità e non aveva fornito spiegazioni relative alla tecnica di rimozione dei tappi di plastica che ostruivano l’iniettore. I testi sentiti nel corso del processo avevano riferito di una prassi che consisteva nel non interrompere il ciclo produttivo, senza attendere il raffreddamento per venti o trenta minuti nel caso in cui si fosse verificato l’inconveniente del tappo (era assai frequente l’ipotesi di intasamento del tappo degli iniettori).

Il mancato aggiornamento del Documento ex D Lgs 81/08 di valutazione dei rischi e l’adozione di un modello organizzativo ex D Lgs 231/01 insufficiente rispetto alle finalità di prevenzione e protezione contro i rischi sulla salute e sicurezza dei lavoratori hanno causato la condanna della s.p.a. al pagamento della sanzione di euro trentamila, con la sanzione interdittiva di contrarre con la pubblica amministrazione per la durata di mesi tre.

 

 

Il 14 marzo 2020 è stato sottoscritto dal Governo e dalle parti sociali il Protocollo per il contenimento della diffusione del Covid-19 negli ambienti di lavoro non sanitari.

In particolare, il documento raccomanda ai datori di lavoro di adottare, ove possibile, la modalità di lavoro agile, di incentivare ferie e congedi, di sospendere le attività aziendali non indispensabili alla produzione, di assumere protocolli di sicurezza anti-contagio, di incentivare le operazioni di sanificazione dei locali aziendali.

Dopo le raccomandazioni generiche il protocollo d’intesa elenca una serie di indicazioni che riguardano:

  1. Informazione. L’Azienda informa, con le modalità più idonee ed efficaci (email, depliant, etc.) tutti i lavoratori e chiunque entri in azienda circa le disposizioni delle Autorità e del datore di lavoro per il contenimento del contagio.
  2. Modalità di ingresso.Il personale potrà essere sottoposto ad eventuali controlli (anche della prova della temperatura corporea) al momento dell’entrata in azienda ed a preclusioni qualora sia stato in contatto con persone risultate positive al COVID-19 o che provengono da zone considerate a rischio dall’Oms.
  3. Fornitori esterni.Il datore di lavoro deve ridurre i contatti dei fornitori con i dipendenti e vigilare sul rispetto delle distanze interpersonali di sicurezza durante lo scarico. Se possibile l’autista del fornitore deve rimanere a bordo del mezzo. L’accordo precisa che “Le norme del presente Protocollo si estendono alle aziende in appalto che possono organizzare sedi e cantieri permanenti e provvisori all’interno dei siti e delle aree produttive”. 
  4. Pulizia e Sanificazione in Azienda. L’Azienda assicura la pulizia giornaliera e la sanificazione periodica dell’azienda. Se c’è un caso COVID-19 è prevista una sanificazione specifica.
  5. Precauzioni igieniche personali. È necessario che tutte le persone presenti in azienda adottino le precauzioni igieniche a partire dal corretto lavaggio delle mani.
  6. Dispositivi di sicurezza individuale.L’adozione dei dispositivi di sicurezza individuale è legata alla loro disponibilità in commercio; data la situazione di emergenza, in caso di difficoltà di approvvigionamento e alla sola finalità di evitare la diffusione del virus, potranno essere utilizzate mascherine la cui tipologia corrisponda alle indicazioni dall’autorità sanitaria. Qualora il lavoro imponga di lavorare a distanza interpersonale minore di un metro e non siano possibili altre soluzioni organizzative è comunque necessario l’uso delle mascherine, e altri dispositivi di protezione (guanti, occhiali, tute, cuffie, camici, ecc…) conformi alle disposizioni delle autorità scientifiche e sanitarie.
  7. Gestione spazi comuni(mense, spogliatoi, etc.). L’accesso agli spazi comuni deve essere contingentato e al loro interno deve essere possibile mantenere la distanza di almeno un metro tra le persone e si deve provvedere alla sanificazione degli spogliatoi. 
  8. Organizzazione aziendale. Il datore di lavoro deve prevedere: la chiusura dei reparti non produttivi, la rimodulazione dei livelli produttivi, la turnazione dei dipendenti dedicati alla produzione per ridurre al minimo i contatti e l’utilizzo dello smart working per tutte quelle attività che possono essere svolte a distanza. I dipendenti possono usufruire prioritariamente, in caso di astensione dal lavoro, di permessi retribuiti e di banca ore. Le trasferte e i viaggi di lavoro sono sospesi. 
  9. Ingressi e uscite. Il datore di lavoro deve favorire modalità che consentano ingressi ed uscite scaglionati dei dipendenti per evitare sovraffollamenti. 
  10. Spostamenti interni, riunioni, eventi interni e formazione. Gli spostamenti all’interno dell’azienda sono limitati al minimo indispensabile. Sono vietate le riunioni in presenza e, se ritenute indispensabili e nell’impossibilità di un collegamento a distanza, devono essere garantite la distanza di sicurezza interpersonale tra i partecipanti e un’adeguata pulizia e aereazione dei locali. Sono inoltre annullati tutti gli eventi, anche formativi, interni all’azienda salvo quelli che possono essere svolti a distanza. 
  11. Gestione di una persona sintomatica in azienda.Nel caso in cui una persona presente in azienda sviluppi febbre e sintomi da infezione respiratoria, l’azienda procede al suo immediato isolamento e avvisa le autorità sanitarie competenti e i numeri regionali o del ministero della salute attivati per l’emergenza COVID-19. L’azienda deve inoltre collaborare con le autorità sanitarie per definire i contatti stretti della persona contagiata. 
  12. Sorveglianza sanitaria.La sorveglianza sanitaria deve proseguire tenendo conto delle misure di regolamentazione COVID-19. In particolare, il medico competente segnala all’azienda eventuali lavoratori con fragilità e patologie attuali o pregresse.

A seguito dell’adozione del Protocollo del 14 marzo 2020 ci si domanda se occorra intervenire o meno sul Documento di Valutazione dei Rischi poiché l’art. 29 comma 3 D.Lgs. n. 81/2008 prevede che la valutazione dei rischi “deve essere immediatamente rielaborata (…) in occasione di modifiche del processo produttivo o della organizzazione del lavoro significative ai fini della salute e sicurezza dei lavoratori (…), con il conseguente aggiornamento delle misure di prevenzione”. La valutazione dei rischi, secondo la definizione del D Lgs 81/2008 (art. 2 lett. q d.lgs. 81/2008) deve rappresentare la “valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attività, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza” e quindi, in prima lettura, si deve trattare di un rischio specifico dell’attività professionale mentre il rischio da infezione Codid-19 è ovviamente generico, cioè distribuito in maniera uguale tra la popolazione.

Sembrerebbe quindi che il DVR non debba essere aggiornato ma si consideri che, in un momento in cui i provvedimenti dell’Esecutivo impongono l’isolamento domestico per tutti, proprio coloro che svolgono un’attività lavorativa essenziale e quindi che può proseguire nonostante la pandemia, ecco proprio questi lavoratori sono esposti ad un rischio di contagio nettamente superiore rispetto a chi sta a casa, al punto da poter ritenere che tale rischio da contagio possa essere assimilato al rischio aziendale.

A conferma di quanto esposto si rammenta che la Commissione Interpelli istituita dall’art. 12 del D Lgs 81/2008 presso il Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale abbia precisato come l’analisi dei rischi prevista dall’art. 28 del D.Lgs. 81/2008 deve comprendere anche “l’analisi di tutti i potenziali e peculiari rischi ambientali legati alle caratteristiche del Paese in cui la prestazione lavorativa dovrà essere svolta, quali a titolo esemplificativo, i cosiddetti “rischi generici aggravati”, legati alla situazione geopolitica del Paese (es. guerre civili, attentati, ecc.) e alle condizioni sanitarie del contesto geografico di riferimento, non considerati astrattamente, ma che abbiano la ragionevole e concreta possibilità di manifestarsi in correlazione all’attività lavorativa” (Interpello n. 19841 del 25 ottobre 2016).

Per espressa previsione legislativa (comma 3 dell’art. 12 D Lgs 81(2008) “Le indicazioni fornite nelle risposte ai quesiti di cui al comma 1 costituiscono criteri interpretativi e direttivi per l’esercizio delle attività di vigilanza”

Queste sono alcune delle ragioni, per lo più di ordine giuridico, che fanno propendere per la necessità di aggiornare il DVR, tenendo presente che “almeno fino a quando saranno in vigore le attuali misure di isolamento sociale la salute pubblica passerà necessariamente per la salute nei luoghi di lavoro”.

In allegato il Protocollo condiviso GV

La legge di bilancio 2020 (Legge n. 160 del 27 dicembre 2019) ha abbassato a 2 mila euro la soglia per i pagamenti in contanti, oggi fissata a 3 mila euro. In particolare, è stato inserito il comma 3 bis all’art. 49 del Decreto legislativo 231/07 che così dispone “A decorrere dal 1° luglio 2020 e fino al 31 dicembre 2021, il divieto di cui al comma 1 e la soglia di cui al comma 3 sono riferiti alla cifra di 2.000 euro. A decorrere dal 1° gennaio 2022, il predetto divieto e la predetta soglia sono riferiti alla cifra di 1.000 euro”.

Riassumendo, tutti i trasferimenti di denaro tra soggetti diversi superiori alla soglia di € 2.999,99 devono avvenire con modalità tracciabili: da € 3,000 in avanti è necessario per forza usare bonifici, assegni, carte di credito o di debito. Tra circa sei mesi (a luglio 2020), la soglia dell’uso dei contanti si abbasserà a € 1.999,99. Pertanto, non sarà più possibile fare prestiti, donare o acquistare beni e servizi in contanti se l’importo complessivo della transazione raggiunge i 2.000 euro. Tale soglia, a partire dal 2022, scenderà ulteriormente sino ad arrivare a € 1.000.

Il limite all’utilizzo del denaro contante deve essere riferito alla singola operazione nel suo complesso; ciò significa, per esempio, che non è possibile frazionare artificiosamente l’importo di un pagamento superiore alla soglia di legge per aggirarne il limite.

È invece possibile stabilire contrattualmente un pagamento superiore complessivamente ad € 3.000 versando una caparra in contanti (che deve essere inferiore ovviamente ad € 3.000) e il resto con strumenti tracciabili. Possono essere pagate in contanti cambiali e assegni consegnate al notaio per il protesto perché il professionista è considerato un mandatario dell’istituto di credito.

Va detto che a proposito di istituti di credito, le norme sul limite del contante non valgono per i prelievi ed i versamenti dai conti correnti. Ciò perché la norma di riferimento (art. 49 D Lgs 231/07) fa riferimento espresso alle transazioni tra soggetti diversi (e nel deposito bancario la banca è ritenuta depositaria delle somme e non soggetto diverso dal correntista).

Ciò però non significa che il versamento di denaro contante sul conto corrente d’importo superiore al limite di legge, non abbia conseguenze.

Nel momento in cui si analizzano quali sono i limiti al versamento di denaro contante sul conto corrente si deve tenere conto del Testo Unico sulle imposte sui redditi (D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600). In particolare, l’articolo 32 consente all’Agenzia delle Entrate di considerare ricavi tutti i versamenti in banca o gli accrediti tramite bonifico. Ricavi che, ovviamente, dovranno essere riportati nella dichiarazione dei redditi per essere oggetto di tassazione. Se però si tratta di somme già tassate alla fonte (ad esempio una vincita al gioco) o esentasse (ad esempio una donazione) è necessario essere in grado di dimostrarne la provenienza.

Se non si ha la prova di ciò – prova che, per i limiti del procedimento amministrativo tributario, non può che essere scritta e con data certa – la somma depositata sul conto corrente e non “giustificata” sarà accertata come maggiore imponibile e soggetta a tassazione oltre all’applicazione di una sanzione (elevata) per infedele dichiarazione dei redditi.