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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Legittimo l’accertamento analitico induttivo all’avvocato se non si dimostrano le ragioni del mancato incasso della parcella

 Cassazione civile sez. trib., 09/09/2021, n.24255

Con la recentissima sentenza in commento, la Suprema Corte ha stabilito che “il corrispettivo della prestazione del professionista legale e la relativa spesa si considerano rispettivamente conseguiti e sostenuti quando la prestazione è condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Ne consegue, pertanto, che il corrispettivo della prestazione del professionista legale si debba presumere conseguito quando la prestazione e condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Il fatto che l’Amministrazione finanziaria abbia utilizzato una presunzione per individuare il momento della effettiva percezione del reddito è legittimo, in quanto conforme al criterio generale posto dall’art. 2727 c.c., mentre era onere del contribuente fornire una prova contraria, dimostrando di non avere percepito alcun reddito per esempio producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosità della esecuzione (nella specie, è stato ritenuto legittimo l’accertamento analitico induttivo nei confronti di un avvocato con cui si erano recuperati induttivamente ricavi sulla base delle cause patrocinate alla luce delle sentenze depositate presso le cancellerie degli uffici giudiziari)”.

Per il professionista non sarà sufficiente affermare che nella propria contabilità non risulti alcun versamento e che quindi, in base al principio di cassa, non sussisterebbe il presupposto impositivo.

Per la Suprema Corte Secondo non è rilevante la mancata annotazione in contabilità del pagamento, poichè la rettifica analitico-induttiva prescinde dalla contabilità ma si fonda su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’articolo 2729 c.c.

I giudici di legittimità sottolineano che i corrispettivi delle prestazioni delle professioni legali si devono presumere conseguiti una volta espletate e quindi terminate per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale.

Nel caso di specie, l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, oggetto della valutazione della Suprema Corte, era fondato sull’acquisizione delle sentenze, relative all’attività giudiziale dello studio legale accertato, in relazione alle quali non risultava contabilizzato alcun pagamento per le prestazioni rese.

Conseguentemente, essendo la pretesa erariale basata su una presunzione, il contribuente avrebbe dovuto dimostrare di non aver percepito alcun reddito.

Secondo la sentenza in commento, per esempio, lo studio legale sottoposto a verifica avrebbe potuto e dovuto dimostrare:

  • di aver diffidato i propri clienti ad adempiere
  • o di aver richiesto un decreto ingiuntivo,
  • o, in ogni caso tentato di ottenere il pagamento con qualsiasi altro mezzo.

In definitiva spetta al professionista provare le circostanze che non gli avrebbero consentito di incassare i compensi maturati.

Secondo la statuizione della Cassazione il rilevamento di notizie presso uffici pubblici e terzi soggetti da cui presumere la prestazione del servizio professionale e la sua onerosità è sufficiente a legittimare la maggiore pretesa erariale.

Sul punto occorre sottolineare che la prassi dell’Agenzia delle Entrate prevede che la gratuità delle prestazioni possa essere considerata verosimile esclusivamente nei confronti di parenti o di colleghi-amici.

Diversamente, l’Agenzia delle Entrate ritiene di poter determinare la sussistenza di maggiori ricavi occulti sulla base dei seguenti rilievi:

  • ai professionisti in genere: Fitto figurativo dei locali di proprietà o antieconomicità di canoni corrisposti a società riconducibili ai professionisti; riscontro retribuzione conseguibile da attività di lavoro dipendente nello stesso settore rispetto a redditi dichiarati; agende e appunti, analisi prelievi bancari, se modesti o assenti ci sarebbe conferma dell’esistenza di compensi non dichiarati; ampiezza rischio professionale coperto con assicurazione e volume d’affari dichiarato;
  • ai commercialisti e consulenti:
  1. contabilità semplificata: compenso ragguagliato al numero di fatture attive e passive registrate con previsione di onorario minimo mensile;
  2. tenuta contabilità ordinaria: compenso ragguagliato al numero di registrazioni contabili sul libro-giornale o al volume d’affari;
  3. prestazioni per operazioni straordinarie: compensi in proporzione al totale dei valori coinvolti
  4. Rappresentanza tributaria e difesa dinanzi ai giudici tributari: onorari determinati in funzione del valore della pratica
  • agli studi legali: rilevazione da stampa locale, nazionale e specializzata, di informazioni, anche relative a fatti di cronaca, che possono riguardare l’attività professionale; ricerche presso organi giurisdizionali delle cause patrocinate: Tribunali, commissioni tributarie, Giudici di Pace, Tar, ispezione di registri relativi ai ruoli, esecuzioni, sentenze, ecc.. dal registro dei colloqui con i detenuti, individuazione di incontri cui ha partecipato il professionista; invio di questionari per i clienti degli avvocati matrimonialisti.
  • ai notai: verifica dei registri obbligatori, compresi i repertori; Riscontro tra singoli atti repertoriati e registrazioni contabili ad essi relative; Controllo incrociato con i dati comunicati alla Cassa per il Notariato.

I controlli nei confronti di studi professionali, in molti casi, si estendono anche alle società di servizio collegate cui vengono demandate una o più fasi dei processi interni dello studio (elaborazione dati, gestione del personale addetto a mansioni di segreteria, gestione degli immobili ecc).

Ciò in quanto, molto spesso, si tratta di società intestate a prestanomi del professionista (moglie, fratelli, parenti in genere, etc.) e finalizzate ad abbattere i costi. In tali casi, l’Agenzia delle Entrate tende a contestare la deducibilità totale o parziale di questi costi riferiti  a queste società di servizio (anche ritenendo che possa pure trattarsi di sovrafatturazioni).

 

 

 

 

 

In una recente sentenza (n. 23300 del 23 aprile 2021) la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della responsabilità di una società di capitali per il delitto di truffa in danno dello Stato commesso dagli amministratori nel suo interesse o vantaggio nel caso in cui sia stata dichiarata la prescrizione del reato presupposto (quello commesso dagli amministratori).

Nel caso di specie gli amministratori della società avevano effettuato operazioni illecite finalizzate alla truffa. Nel corso del processo, infatti, era emerso che gli amministratori avevano predisposto falsa documentazione allo scopo di ottenere dallo Stato un finanziamento di oltre 1.200.000,00 euro che avrebbe dovuto essere utilizzato per la realizzazione di un impianto industriale.

La Suprema Corte, nella sentenza sopra indicata, ha statuito che “in caso di truffa ai danni dello Stato finalizzata ad ottenere un cospicuo finanziamento in conto capitale in assenza dei presupposti, il reato risulta commesso proprio nell’interesse della persona giuridica che detti capitali ottiene ed utilizza per la propria attività mentre diversamente sarebbe ove fosse stato dimostrato che il finanziamento illecito era stato immediatamente distratto a vantaggio esclusivo dei soci”.

La società è stata quindi ritenuta responsabile per il reato commesso dai suoi amministratori, vale a dire da uno dei soggetti indicati  dall’art. 5 del D. Lgs. 231/2001.

La sentenza, tuttavia, rileva per altro aspetto.

La Cassazione, infatti, in applicazione del dettato dell’art. 8 del D. Lgs. 231/2001, ha evidenziato come la responsabilità amministrativa delle società sia autonoma rispetto alla responsabilità penale della persona fisica che ha commesso il reato ed essa si affianca a quest’ultima.

Per tale motivo, la Società è stata condannata per il delitto di truffa in danno dello Stato nonostante il reato presupposto fosse stato dichiarato prescritto e gli amministratori non puniti.

La Società è stata considerata responsabile poiché il reato è stato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio dagli amministratori (art. 5, comma 1 del D. Lgs. 231/2001).

Per il D Lgs 231/01 la responsabilità amministrativa di una società è esclusa in due casi:

  • se essa ha, tra l’altro, adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione dei reati, modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire i reati stessi;
  • se i soggetti apicali e/o i loro sottoposti hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte:

  • la società non ha adottato e/o efficacemente attuato un modello idoneo a prevenire il reato di truffa disciplinato all’art. 24 del D. Lgs. 231/2001;
  • il reato presupposto è stato commesso dagli amministratori della società, soggetti considerati dal D. Lgs. 231/2001 come “apicali”;
  • il reato presupposto è stato compiuto nell’interesse o vantaggio esclusivo dell’ente e
  • l’ente è stato condannato nonostante fosse prescritto il reato presupposto commesso dagli amministratori.

Con una recentissima ordinanza (n. 2653 del 4 febbraio 2021) la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Torino che accolto la domanda del marito di revoca dell’assegno di mantenimento alla moglie.

L’uomo aveva fondato la propria richiesta di revoca dell’assegno divorzile sull’età della donna, sulle sue buone condizioni di salute e sulla poca voglia di cercare un lavoro. La Corte d’Appello aveva accolto la domanda.

Da quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza della Cassazione, il difensore della donna aveva censurato la sentenza della Corte d’Appello che non aveva, a suo dire, adeguatamente tenuto conto del basso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e dell’età avanzata (46 anni) che non avrebbe consentito un facile reinserimento nel mondo del lavoro.

Allo stesso tempo, il difensore contestava la valutazione di “idoneità all’attività lavorativa” della sua cliente, e poi aggiungeva che, comunque, “anche ove ella avesse ripreso a svolgere attività lavorativa, ciò non le avrebbe potuto assicurare l’indipendenza economica”.

I Giudici di legittimità invece  hanno chiarito come, la Corte d’Appello avesse tenuto conto dell’età, giudicata non particolarmente avanzata, della ricorrente (46 anni), dell’assenza di patologie o condizioni di salute ostative all’attività lavorativa di addetta alle pulizie, già svolta occasionalmente, nonché della situazione economica complessiva e di un atteggiamento rinunciatario della signora a trovare un’occupazione, non smentito nel motivo di ricorso.

Centrale nel pensiero della Corte di Cassazione è proprio l’atteggiamento rinunciatario della ex moglie, che nonostante l’età e le buone condizioni di salute, ha deciso di non cercare un’occupazione lavorativa preferendo ricevere mensilmente l’assegno dell’ex marito.

Il raddoppio dei termini per l’accertamento è illegittimo quando la denuncia di reato è infondata.

Questo è il principio di diritto che ha enunciato la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Sezione Distaccata di Brescia con sentenza n. 285/05/2021.

La vicenda coinvolgeva una cliente dello studio che riceveva quattro avvisi di accertamento, tutti emessi oltre il termine ordinario di decadenza di cui agli art. 43 D.P.R. 600/73 e 57 D.P.R. 633/72; la ragione che a parere dell’Agenzia delle Entrate avrebbe “sanato” la tardiva notificazione sarebbe stata la presenza di due denunce penali a carico della contribuente, trasmesse all’autorità giudiziaria prima del decorso del termine naturale di decadenza. Ciò, quindi, avrebbe di fatto consentito il raddoppio del termine per l’accertamento.

A parere del Primo Giudice la verifica della fondatezza o meno della denuncia o meglio della non pretestuosità della stessa è affidata al vaglio del giudice tributario che deve compiere una valutazione ora per allora (prognosi postuma) accertando che l’amministrazione abbia agito con imparzialità e non abbia fatto un uso strumentale della denunzia.

La verifica del giudice tributario è limitata ai presupposti dell’obbligo di denuncia penale e non già all’accertamento del reato. Anche la sorte della denuncia, e cioè se ad essa sia seguita una archiviazione, una assoluzione o una condanna penale, non incide di per sé sulla valutazione di fondatezza della denunzia, anche se possono essere validi indizi per comprenderne la fondatezza.

A parere della C.T.P. di Brescia quindi le notizie di reato trasmesse alla giustizia ordinaria apparivano di estrema vaghezza, circostanza confermata dall’esito processuale delle stesse.

A seguito dell’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate la CT.R. della Lombardia confermava come sia compito del giudice tributario valutare l’opportunità dell’istituto del raddoppio dei termini sulla base della fondatezza o meno della notizia di reato. Nel caso di specie, come ulteriormente confermato anche a posteriori dall’esito dei procedimenti penali, non sussistevano i presupposti perché il raddoppio operasse e i giudici di primo grado hanno giustamente tenuto in considerazione l’inesistenza di sufficienti prove che fondassero la denuncia stessa.

È proprio questo il principio che deve guidare nella valutazione dell’istituto del raddoppio il giudice tributario il quale, con una valutazione ex ante, stabilisce l’esistenza dei presupposti per l’obbligo di denuncia in relazione a determinati reati tributari.

Così ha precisato la Suprema Corte con sentenza n. 652/2020 del 4/03/2020 sul ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Brescia avverso la sentenza del 21/06/2019 del Tribunale di Bergamo.

Infatti, nel caso in esame, il giudice di merito aveva disposto, nei confronti di due soggetti, imputati in concorso della contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., il non doversi procedere per particolare tenuità del fatto. Tale istituto, rubricato all’art. 131 bis c.p., è stato introdotto nel nostro sistema dal D. Lgs. 16 marzo 2015 n. 28 proprio con uno scopo deflattivo (nel caso in cui venga applicato in fase di indagini preliminari) e di riduzione dell’impatto della pena nei confronti di soggetti che hanno posto in essere condotte che di fatto non meritano una punizione da parte dello Stato e che, anzi, a parere di chi scrive, porterebbero al contrario ad un carico di spesa a carico dell’erario in ordine alla fase esecutiva del procedimento e/o al ricorso ad altri possibili due gradi di giudizio.

La Procura Generale lamentava che l’oggetto dell’acquisto incauto fossero due city bike di marche prestigiose e per questo di significativo valore commerciale acquistate a prezzi irrisori. Il Giudice ha provveduto all’accertamento, allo stesso devoluto, del valore particolarmente tenue della cosa oggetto dell’incauto acquisto. La Corte rigetta il ricorso in quanto agli atti non esiste alcuna prova che possa far ritenere, al contrario di quanto prospettato dal giudice di merito, che il bene avesse un “significativo valore commerciale”.