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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Con una recentissima ordinanza (n. 2653 del 4 febbraio 2021) la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Torino che accolto la domanda del marito di revoca dell’assegno di mantenimento alla moglie.

L’uomo aveva fondato la propria richiesta di revoca dell’assegno divorzile sull’età della donna, sulle sue buone condizioni di salute e sulla poca voglia di cercare un lavoro. La Corte d’Appello aveva accolto la domanda.

Da quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza della Cassazione, il difensore della donna aveva censurato la sentenza della Corte d’Appello che non aveva, a suo dire, adeguatamente tenuto conto del basso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio e dell’età avanzata (46 anni) che non avrebbe consentito un facile reinserimento nel mondo del lavoro.

Allo stesso tempo, il difensore contestava la valutazione di “idoneità all’attività lavorativa” della sua cliente, e poi aggiungeva che, comunque, “anche ove ella avesse ripreso a svolgere attività lavorativa, ciò non le avrebbe potuto assicurare l’indipendenza economica”.

I Giudici di legittimità invece  hanno chiarito come, la Corte d’Appello avesse tenuto conto dell’età, giudicata non particolarmente avanzata, della ricorrente (46 anni), dell’assenza di patologie o condizioni di salute ostative all’attività lavorativa di addetta alle pulizie, già svolta occasionalmente, nonché della situazione economica complessiva e di un atteggiamento rinunciatario della signora a trovare un’occupazione, non smentito nel motivo di ricorso.

Centrale nel pensiero della Corte di Cassazione è proprio l’atteggiamento rinunciatario della ex moglie, che nonostante l’età e le buone condizioni di salute, ha deciso di non cercare un’occupazione lavorativa preferendo ricevere mensilmente l’assegno dell’ex marito.

Il raddoppio dei termini per l’accertamento è illegittimo quando la denuncia di reato è infondata.

Questo è il principio di diritto che ha enunciato la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Sezione Distaccata di Brescia con sentenza n. 285/05/2021.

La vicenda coinvolgeva una cliente dello studio che riceveva quattro avvisi di accertamento, tutti emessi oltre il termine ordinario di decadenza di cui agli art. 43 D.P.R. 600/73 e 57 D.P.R. 633/72; la ragione che a parere dell’Agenzia delle Entrate avrebbe “sanato” la tardiva notificazione sarebbe stata la presenza di due denunce penali a carico della contribuente, trasmesse all’autorità giudiziaria prima del decorso del termine naturale di decadenza. Ciò, quindi, avrebbe di fatto consentito il raddoppio del termine per l’accertamento.

A parere del Primo Giudice la verifica della fondatezza o meno della denuncia o meglio della non pretestuosità della stessa è affidata al vaglio del giudice tributario che deve compiere una valutazione ora per allora (prognosi postuma) accertando che l’amministrazione abbia agito con imparzialità e non abbia fatto un uso strumentale della denunzia.

La verifica del giudice tributario è limitata ai presupposti dell’obbligo di denuncia penale e non già all’accertamento del reato. Anche la sorte della denuncia, e cioè se ad essa sia seguita una archiviazione, una assoluzione o una condanna penale, non incide di per sé sulla valutazione di fondatezza della denunzia, anche se possono essere validi indizi per comprenderne la fondatezza.

A parere della C.T.P. di Brescia quindi le notizie di reato trasmesse alla giustizia ordinaria apparivano di estrema vaghezza, circostanza confermata dall’esito processuale delle stesse.

A seguito dell’impugnazione dell’Agenzia delle Entrate la CT.R. della Lombardia confermava come sia compito del giudice tributario valutare l’opportunità dell’istituto del raddoppio dei termini sulla base della fondatezza o meno della notizia di reato. Nel caso di specie, come ulteriormente confermato anche a posteriori dall’esito dei procedimenti penali, non sussistevano i presupposti perché il raddoppio operasse e i giudici di primo grado hanno giustamente tenuto in considerazione l’inesistenza di sufficienti prove che fondassero la denuncia stessa.

È proprio questo il principio che deve guidare nella valutazione dell’istituto del raddoppio il giudice tributario il quale, con una valutazione ex ante, stabilisce l’esistenza dei presupposti per l’obbligo di denuncia in relazione a determinati reati tributari.

Questo è il principio di diritto stabilito dalla Corte di Cassazione con una recente sentenza (n. 20130 del 24 settembre 2020) che conferma il precedente orientamento (sentenza n. 4166 del 19 febbraio 2020). In particolare, i giudici di legittimità hanno chiarito che marito e moglie, se vogliono usufruire dell’agevolazione (esenzione) per la prima casa ai fini IMU, devono risiedere non solo anagraficamente ma anche abitualmente nella stessa unità abitativa. La Corte osserva che “Per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore ed il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente”. Ciò sta a significare che, nell’ipotesi in cui marito e moglie decidano di “dividere” la famiglia, prendendo il marito la residenza in un Comune e la moglie in un altro Comune, nessuno dei due immobili può essere considerato come prima casa ai fini dell’esenzione IMU. Nel caso all’esame della Corte di Cassazione è accertato proprio che la moglie aveva la propria residenza anagrafica in un Comune mentre il proprio coniuge, non legalmente separato, aveva la residenza e dimora abituale in altro Comune.

Per i giudici di legittimità, inoltre, non solo non si ha diritto all’aliquota ridotta per entrambe le unità immobiliari ma non si può neppure scegliere a quale immobili applicarla: non essendo soddisfatti i presupposti di fondo l’IMU ridotta non si può applicare a nessuna delle due abitazioni. La conseguenza di questa sentenza è che i Comuni (dove molti contribuenti hanno la seconda casa) potrebbero fare controlli per verificare quale fosse la residenza effettiva dei coniugi per contestare l’applicazione dell’esenzione IMU e quindi chiedere gli omessi versamenti per gli ultimi cinque anni.

Così ha precisato la Suprema Corte con sentenza n. 652/2020 del 4/03/2020 sul ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Brescia avverso la sentenza del 21/06/2019 del Tribunale di Bergamo.

Infatti, nel caso in esame, il giudice di merito aveva disposto, nei confronti di due soggetti, imputati in concorso della contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., il non doversi procedere per particolare tenuità del fatto. Tale istituto, rubricato all’art. 131 bis c.p., è stato introdotto nel nostro sistema dal D. Lgs. 16 marzo 2015 n. 28 proprio con uno scopo deflattivo (nel caso in cui venga applicato in fase di indagini preliminari) e di riduzione dell’impatto della pena nei confronti di soggetti che hanno posto in essere condotte che di fatto non meritano una punizione da parte dello Stato e che, anzi, a parere di chi scrive, porterebbero al contrario ad un carico di spesa a carico dell’erario in ordine alla fase esecutiva del procedimento e/o al ricorso ad altri possibili due gradi di giudizio.

La Procura Generale lamentava che l’oggetto dell’acquisto incauto fossero due city bike di marche prestigiose e per questo di significativo valore commerciale acquistate a prezzi irrisori. Il Giudice ha provveduto all’accertamento, allo stesso devoluto, del valore particolarmente tenue della cosa oggetto dell’incauto acquisto. La Corte rigetta il ricorso in quanto agli atti non esiste alcuna prova che possa far ritenere, al contrario di quanto prospettato dal giudice di merito, che il bene avesse un “significativo valore commerciale”.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 14951 del 14 luglio 2020, ha confermato la possibilità di porre a carico dei nonni una parte dell’assegno di mantenimento del nipote disabile, nel caso in cui la madre ed i genitori non riescano a coprire le spese ed il padre non abbia mai versato quanto stabilito.

La Suprema Corte si è pronunciata sul ricorso presentato da un nonno contro la decisione della Corte di Appello di Perugia che aveva confermato la condanna al versamento mensile di euro 130 in favore della nuora come contributo per le spese del nipote, poiché il padre non adempiva all’obbligo di mantenimento del figlio disabile.

Il nonno paterno impugnava la sentenza dei giudici di seconde cure ritenendo che la madre del nipote non avesse mai dimostrato lo stato di bisogno e/o l’incapacità a provvedere al mantenimento del figlio, in quanto quest’ultima lavorava stabilmente e viveva addirittura presso i propri genitori.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dichiarando nella motivazione che “L’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 c.c. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicché, se uno dei due non possa o non voglia adempiere al proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacità di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di costui”.

Partendo da questo consolidato principio, anche i nonni (sia paterni che materni) sono obbligati a contribuire al mantenimento dei nipoti fornendo i mezzi necessari ai genitori per adempiere ai loro doveri nei confronti dei figli.

La Corte ha quindi statuito che l’obbligo dei nonni “è infatti, subordinato e, quindi sussidiario rispetto a quello, primario, dei genitori, non essendo, appunto, consentito, rivolgersi agli ascendenti solo perché uno dei due genitori non dia il proprio contributo, ove l’altro genitore sia in grado di mantenere la prole”.

Nel caso di specie, il reddito della madre (che dimostrava di percepire uno stipendio mensile di circa 1.100 euro) è stato ritenuto “insufficiente a far fronte alle esigenze del minore, perché è malato e necessita di terapie riabilitative, e ciò pur tenendo conto del contributo economico dei nonni materni, con i quali la donna abita”.

La donna, inoltre, aveva dimostrato, nel corso dei precedenti gradi di giudizio, di non ricevere alcun contributo economico da parte del padre, il quale non ha mai versato alcun assegno per il contributo al mantenimento del figlio e su questo grave inadempimento il giudice di legittimità ha ritenuto l’obbligo, (sussidiario rispetto alla violazione dell’obbligo di mantenimento da parte del padre e solidale rispetto alla insufficienza economica della madre)  a carico dei nonni paterni di contribuire alle spese del mantenimento per il nipote.