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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Il Giudice del Registro delle imprese del Tribunale di Roma, con decreto 1° giugno 2020, è tornato ad esprimersi sulla possibilità per una persona giuridica di essere nominata amministratore di una società, di capitale o di persone.

Il Magistrato romano, richiamando il contenuto della massima n. 100 del Consiglio Notarile di Milano (secondo la quale ogni amministratore persona giuridica deve designare, per l’esercizio della funzione di amministratore, un rappresentante persona fisica appartenente alla propria organizzazione, il quale assume gli stessi obblighi e le stesse responsabilità civili e penali previsti a carico degli amministratori persone fisiche), ha infatti ribadito la possibilità di tale istituto.

È infatti di tutta evidenza che, sebbene lo stesso non sia previsto da alcuna disposizione codicistica, non si rinviene nell’ordinamento positivo alcun espresso divieto in tale senso.

La perseguibilità a tale istituto risulterebbe semmai giustificabile attraverso l’applicazione analogica di alcune norme in vigore nel nostro ordinamento – in relazione alla Società Europea, al GEIE ed alla Società Cooperativa Europea – che disciplinano l’amministratore persona giuridica.

Sembra, infatti, innegabile l’identica ratio di tali norme rispetto alla questione concernente l’amministratore persona giuridica di società di capitali e di persone e la relativa pubblicità, posto che la finalità consiste nel consentire lo svolgimento della funzione gestoria dell’ente collettivo, garantendo la soddisfazione delle medesime esigenze, anche di tutela dei terzi, tenute in considerazione dalla disciplina legislativa prevista per gli amministratori persone fisiche.

Da ciò deriva la necessità di designazione di un «rappresentante persona fisica», che eserciti le funzioni di amministratore. Tale rappresentante persona fisica non deve necessariamente essere individuato con il rappresentante legale della persona giuridica amministratore, ma può individuarsi con una persona appartenente all’organizzazione della persona giuridica amministratore.

A dire il vero la questione in esame, seppure assai interessante sotto il profilo giuridico, non è nuova: vero che è lo stesso Magistrato del registro di Roma, nella motivazione del decreto, ad esprimersi in tal senso, affermando che: non si dubita più della possibilità che una persona giuridica venga nominato amministratore di altra società (di persone o di capitali), salvi i limiti o i requisiti derivanti da specifiche disposizioni di legge”.

Sul medesimo argomento si era già infatti espresso il Tribunale di Milano (con la sentenza del 27 marzo 2017, Est. Vannicelli) secondo cui “Deve ritenersi lecita la clausola statutaria che conferisce a una società di capitali la nomina di amministratore di s.r.l. In tal caso, degli atti gestori pregiudizievoli risponde, oltre alla persona giuridica, in via solidale, anche la persona fisica concretamente deputata al compimento degli atti gestori e concretamente autrice dei medesimi. La persona fisica è infatti direttamente soggetta alla disciplina di cui all’art. 2476 c.c.”

Un’indicazione importante in argomento era già stata espressa, in altra ancor più datata pronuncia sempre ancora del Tribunale meneghino (sez. VIII, 27.02.2012), che ha avuto forse il merito di aver semplificato e riassunto le problematiche attinenti la tematica in questione, ammettendo la possibilità di prevedere, quale amministratore di società, una persona giuridica, sia attraverso una clausola statutaria, contenente la previsione dell’amministratore persona giuridica, sia con diretta nomina da parte dell’assemblea.

In particolare, possono così essere riassunti i principi ermeneutici che, secondo il Tribunale di Milano, depongono in tal senso.

In primo luogo, l’ammissibilità di tale figura è prevista esplicitamente e/o implicitamente per diversi enti collettivi, ad esempio il Gruppo Europeo di Interesse Economico (cfr. art. 5 del d.lgs. 240/1991).

In secondo luogo, il Tribunale ha sottolineato la mancanza di un espresso divieto, elencando varie disposizioni del codice che, a suo dire, decretano favorevolmente. In particolare, sono espressamente richiamati gli articoli 2475 c.c., primo comma, e 2455 c.c., secondo comma; le due disposizioni assegnano il diritto di amministrare la società ai soci sicché, potendo quest’ultimi essere persone giuridiche, si ammetterebbe implicitamente la legittimità della nomina della società amministratrice.

Infine, il Tribunale afferma il superamento del principio ‘‘societas delinquere non potest’’ (principio spesso richiamato dagli orientamenti sfavorevoli alla legittimità della nomina) e afferma, attraverso un’analisi comparatistica, come l’ordinamento giuridico italiano sia una delle rare realtà – sia di civil law che di common law – in cui la legittimità di tale nomina sia ancora oggetto di discussione.

Così ha precisato la Suprema Corte con sentenza n. 652/2020 del 4/03/2020 sul ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Brescia avverso la sentenza del 21/06/2019 del Tribunale di Bergamo.

Infatti, nel caso in esame, il giudice di merito aveva disposto, nei confronti di due soggetti, imputati in concorso della contravvenzione di cui all’art. 712 c.p., il non doversi procedere per particolare tenuità del fatto. Tale istituto, rubricato all’art. 131 bis c.p., è stato introdotto nel nostro sistema dal D. Lgs. 16 marzo 2015 n. 28 proprio con uno scopo deflattivo (nel caso in cui venga applicato in fase di indagini preliminari) e di riduzione dell’impatto della pena nei confronti di soggetti che hanno posto in essere condotte che di fatto non meritano una punizione da parte dello Stato e che, anzi, a parere di chi scrive, porterebbero al contrario ad un carico di spesa a carico dell’erario in ordine alla fase esecutiva del procedimento e/o al ricorso ad altri possibili due gradi di giudizio.

La Procura Generale lamentava che l’oggetto dell’acquisto incauto fossero due city bike di marche prestigiose e per questo di significativo valore commerciale acquistate a prezzi irrisori. Il Giudice ha provveduto all’accertamento, allo stesso devoluto, del valore particolarmente tenue della cosa oggetto dell’incauto acquisto. La Corte rigetta il ricorso in quanto agli atti non esiste alcuna prova che possa far ritenere, al contrario di quanto prospettato dal giudice di merito, che il bene avesse un “significativo valore commerciale”.

La sentenza n. 19113 del 24 giugno 2020 della Corte di Cassazione ha confermato l’orientamento ormai consolidato e costante (Sezioni Unite sentenza 10561 del 30 gennaio 2014) secondo cui “è consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o altri beni fungibili o di beni direttamente riconducibili al profitto di reato tributario commesso dagli organi della persona giuridica stessa, quando tale profitto sia nella disponibilità di tale persona giuridica.

Non è, invece, consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti della persona giuridica qualora non sia stato reperito il profitto di reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica stessa, salvo che la persona giuridica sia uno schermo fittizio” utilizzato dal reo per commettere gli illeciti.

La decisione in commento riprende un principio affermato sempre dalle Sezioni Unite (sentenza 31617 del 26 giugno 2015) per cui ove il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme depositate su conto corrente bancario, di cui il soggetto (anche persona giuridica) abbia la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta senza necessità della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto di ablazione e il reato.

Allorché il prezzo o il profitto del reato tributario non sia direttamente rinvenibile nelle casse sociali persona giuridica, il sequestro preventivo potrà invece colpire il patrimonio personale dell’amministratore sottoposto ad indagine, anche nella forma per equivalente.

Nel caso sottoposto all’esame dei giudici di legittimità su ricorso della società, la misura cautelare reale era finalizzata al sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta ed era stato eseguito sul conto corrente della società di cui l’indagato era amministratore (nei confronti dell’amministratore non era stato possibile eseguire il sequestro per assenza di beni da apprendere).

Premesso l’excursus sullo stato della giurisprudenza di legittimità sul tema del sequestro preventivo finalizzato alla futura confisca, la Corte di Cassazione si occupa dei rimedi giuridici a disposizione del soggetto terzo rispetto al reato per concludere che il terzo destinatario di misura cautelare può, in qualunque momento nel corso delle indagini preliminari, chiedere la restituzione dei beni al Pubblico Ministero. Questi, ove non intenda accogliere anche solo in parte la richiesta, trasmetterà motivato parere negativo al G.I.P. L’eventuale diniego espresso dal G.I.P. potrà poi essere oggetto di appello avanti al Tribunale del riesame (art. 322-bis c.p.p.), il cui provvedimento potrà ancora essere eventualmente impugnato con ricorso per Cassazione.

La Suprema Corte, infine, precisa come l’ente persona giuridica sia soggetto terzo rispetto al reato, ma non certamente estraneo al reato ai fini della confisca diretta del profitto medesimo. Ciò in quanto il concetto di persona estranea al reato cui appartiene e va restituita la cosa sequestrata è diversa dalla persona estranea al procedimento penale

Ciò significa che la persona giuridica cui le cose appartengono non deve aver partecipato al reato né a titolo di concorso né con attività altrimenti connesse; nel caso esaminato la società aveva invece tratto profitto dalla condotta illecita del suo legale rappresentante e quindi non poteva dirsi terza estranea.