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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Questo è il principio di diritto stabilito dalla Corte di Cassazione con una recente sentenza (n. 20130 del 24 settembre 2020) che conferma il precedente orientamento (sentenza n. 4166 del 19 febbraio 2020). In particolare, i giudici di legittimità hanno chiarito che marito e moglie, se vogliono usufruire dell’agevolazione (esenzione) per la prima casa ai fini IMU, devono risiedere non solo anagraficamente ma anche abitualmente nella stessa unità abitativa. La Corte osserva che “Per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore ed il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente”. Ciò sta a significare che, nell’ipotesi in cui marito e moglie decidano di “dividere” la famiglia, prendendo il marito la residenza in un Comune e la moglie in un altro Comune, nessuno dei due immobili può essere considerato come prima casa ai fini dell’esenzione IMU. Nel caso all’esame della Corte di Cassazione è accertato proprio che la moglie aveva la propria residenza anagrafica in un Comune mentre il proprio coniuge, non legalmente separato, aveva la residenza e dimora abituale in altro Comune.

Per i giudici di legittimità, inoltre, non solo non si ha diritto all’aliquota ridotta per entrambe le unità immobiliari ma non si può neppure scegliere a quale immobili applicarla: non essendo soddisfatti i presupposti di fondo l’IMU ridotta non si può applicare a nessuna delle due abitazioni. La conseguenza di questa sentenza è che i Comuni (dove molti contribuenti hanno la seconda casa) potrebbero fare controlli per verificare quale fosse la residenza effettiva dei coniugi per contestare l’applicazione dell’esenzione IMU e quindi chiedere gli omessi versamenti per gli ultimi cinque anni.