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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

L’obbligo di nomina ed i relativi doveri.

La Legge n. 215 del 17 dicembre 2021, di conversione del D.L. n. 146/2021, è intervenuta sugli artt. 18 e 19 del D. Lgs. n. 81/2008, conferendo alla figura del preposto un ruolo di sempre maggior rilievo nel sistema di gestione della sicurezza sul lavoro all’interno della struttura aziendale. L’art. 18 del D. Lgs. n. 81/2008, in particolare, viene modificato con l’introduzione al comma 1 della lettera b bis, con la quale viene imposto al datore di lavoro e ai dirigenti delle aziende, il precipuo obbligo di ‘individuare il preposto o i preposti per l’effettuazione delle attività di vigilanza di cui all’articolo 19”. L’incarico a preposto dovrà essere formalizzato per iscritto. La norma si premura inoltre di affermare che la quantificazione dell’emolumento spettante al preposto per lo svolgimento di tali mansioni sarà demandata ai contratti e gli accordi collettivi di lavoro.

La legge dispone, poi, che al preposto dovrà essere garantita una formazione per le nuove funzioni che lo stesso è chiamato a svolgere, con espressa ed ulteriore previsione di aggiornamento periodico. In proposito, entro il 30 giugno 2022, sarà emanato un Accordo Stato-Regioni avente ad oggetto appunto:

  • l’individuazione di durata, contenuti e modalità della formazione obbligatoria a carico del datore di lavoro;
  • l’individuazione le modalità di verifica finale di apprendimento obbligatoria di tutti i percorsi formativi e di aggiornamento obbligatoria in materia di salute e sicurezza sul lavoro, e anche le modalità delle verifiche dell’efficacia durante lo svolgimento delle prestazioni lavorative.

Altra novità è quella prevista al successivo articolo 26. Viene infatti introdotto il comma 8 bis che impone l’obbligo, in capo a datori di lavoro, appaltatori e subappaltatori – per le attività svolte in regime di appalto o di subappalto – di indicare al committente il personale incaricato delle funzioni di preposto. La reale importanza della modifica in commento può essere percepita, oltre che sul piano pratico, anche sotto il profilo strettamente giuridico. Notevoli sono le conseguenze – di carattere penale – in cui incorre il datore di lavoro che omette la nomina del preposto. L’art. 55 prevede, quale conseguenza dell’omissione della nomina del preposto, la pena dell’arresto da due a quattro mesi o l’ammenda da € 1.500,00 a € 6.000,00. Alla stessa sanzione soggiacciono, ai sensi dell’art. 26, comma 8 bis, i datori di lavoro, appaltatori o subappaltatori che non abbiano indicato al committente il personale incaricato delle funzioni di preposto. Quanto ai doveri posti in capo di questa figura è opportuno segnalare quanto segue. L’art. 19, comma 1, lettera a) è stato modificato, prevedendo che il preposto debba “sovrintendere e vigilare sull’osservanza da parte dei singoli lavoratori dei loro obblighi di legge, nonché delle disposizioni aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuale messi a loro disposizione”. Qualora il preposto rilevi comportamenti non conformi alle istruzioni impartite da datore di lavoro in materia di protezione collettiva e individuale, avrà il dovere di agire con il dipendente inadempiente al fine di “modificare il comportamento non conforme fornendo le necessarie indicazioni di sicurezza”. Nel caso in cui le indicazioni fornite dal preposto non siano attuate, il preposto avrà l’obbligo di interrompere immediatamente l’attività del lavoratore e informare i suoi superiori diretti. La lettera f bis aggiunta al comma 1 dell’art. 19 del D. Lgs. n. 81/2008 prevede, infatti, l’obbligo per il preposto di far interrompere temporaneamente l’attività e, in ogni caso, di segnalare tempestivamente al datore di lavoro e al dirigente le non conformità rilevate qualora lo stesso abbia a individuare “‘deficienze dei mezzi e delle attrezzature di lavoro e di ogni condizione di pericolo rilevata durante la vigilanza”‘. Questo a riprova del fatto che l’attività richiesta al preposto non attiene solo al comportamento del lavoratore, ma anche a quello del datore di lavoro, responsabile dei mezzi attraverso i quali l’attività lavorativa viene esercitata.

Introdotte nel nostro ordinamento giuridico con la legge di stabilità per il 2016 (commi 377-384 dell’articolo) le società benefit sono la risposta (italiana, ad oggi, unica a livello europeo) alle benefit corporation, un modello societario di derivazione statunitense. È riconosciuta la possibilità per le società (già esistenti o di nuova costituzione) di aderire ad una nuova idea di società, caratterizzata non solo dal profitto, ma che nell’esercizio di una attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente (…)”.
Il perseguimento del lucro non viene meno; a questo si affianca la creazione di un c.d. beneficio sociale, culturale ed ambientale, attento alle persone.

Il perseguimento di un beneficio comune, tuttavia, non può né deve limitarsi ad una mera dichiarazione di intenti. Le norme prevedono, infatti, che:

  • le finalità devono essere espressamente indicate nella clausola statutaria dell’oggetto sociale;
  • l’interesse dei soci e quello di coloro sui quali la società entra in contatto devono bilanciarsi;
  • deve essere individuato un soggetto a cui attribuire i compiti di controllo;
  • deve reso annualmente conto degli obiettivi realizzati, con documento da allegare al bilancio della società.

5 W-H-Questions per meglio descrivere di cosa si tratta

  1. What (Cosa, nel senso di cosa è la società benefit)

Ai fini del riconoscimento dello status di società benefit, non è necessario che l’impresa crei valore nei confronti delle categorie di soggetti individuate, potendo risultare sufficiente l’impiego di processi produttivi e strategie imprenditoriali finalizzate a minimizzare gli eventi negativi. Se la società indica nello statuto le finalità perseguite ed è in possesso dei requisiti previsti dalla legge essa può introdurre nella propria denominazione le parole “società benefit” o “SB”, nei titoli emessi e nelle comunicazioni verso i terzi. Il raggiungimento di un tale status rileverà ai fini di una migliore collocazione sul mercato di riferimento, con possibilità di far conoscere quindi ai terzi (tra cui i propri clienti) che essa persegue nobili finalità di utilità sociale; finalità non espressamente indicate dalla legge, che rimette alla società la scelta degli obiettivi da perseguire.. Alcuni esempi del concetto di “utilità sociale” sono:

  • ottenimento della certificazione di B-Corporation (una certificazione rilasciata da B Lab, ente no profit statunitense, che consiste nella certificazione di uno standard riconosciuto da un soggetto terzo, che attesta il rispetto di elevate performance di sostenibilità sociale e ambientale);
  • l’impegno, da parte di una nota società olearia, ad improntare la propria produzione sulla scorta di c.d. “5 pilastri” (uso di materiali riciclabili e/o biodegradabili, uso di energie rinnovabili, approvvigionamento presso fornitori “a km zero”, rispetto dei propri dipendenti con opportuni sistemi premiali);
  • l’impiego, da parte di un’azienda cosmetica, di risorse naturali provenienti da foreste coltivate e gestite secondo criteri di sostenibilità ambientale;
  • la devoluzione, da parte di una nota azienda di abbigliamento sportivo, di una quota dell’intero fatturato a gruppi ambientalisti che perseguono come fine il benessere del pianeta,.

Gli esempi in tal senso sono infiniti, non essendo tipizzato il concetto di benefit. Affinchè gli obiettivi possano essere in concreto realizzati, la legge (comma 380) individua i soggetti deputati al controllo dell’attività posta in essere. Quest’ultima previsione normativa è di notevole peso specifico, perché consente agli amministratori (attraverso adeguati sistemi di protezione legale in loro favore) di poter adottare alcune scelte imprenditoriali per il conseguimento dell’obiettivo, anche se potenzialmente confliggenti l’interesse dei soci (quello lucrativo).

Tra gli adempimenti previsti, poi, appare meritevole di nota quello secondo il quale le Società Benefit sono tenute a redigere la c.d. “relazione annuale di impatto” (il cui contenuto prevede la descrizione degli obiettivi, la valutazione dell’impatto generato, e gli obiettivi futuri) che dovrà essere allegata al bilancio e pubblicata sul sito internet aziendale, qualora presente.

  1. Who (Chi, nel senso a chi è rivolta la formula)

La formula è rivolta a tutte le società di nuova costituzione, che possono conformare l’atto costitutivo con le opportune indicazioni a riguardo, ma anche a quelle già esistenti, per le quali è invece prevista la modifica dell’atto costitutivo o dello statuto. È esclusa l’applicazione della disciplina delle società benefit alle Imprese Sociali e alle Cooperative Sociali.

  1. Why (Perché, nel senso perché scegliere di diventare una società benefit)

Ancor più interessante è tentare di rispondere alla domanda “perché diventare una società benefit”. Sicuramente l’aspetto economico non è di rilevanza principale: almeno inizialmente, infatti, non era stata prevista alcuna agevolazione, se non un credito quantificabile in valore reputazionale. Più recentemente sono state attuate misure finalizzate ad incentivare l’ottenimento di tale status: è il caso di ricordare quelle previste dal decreto 19.05.2020 n. 34 (c.d. Decreto rilancio), che consentivano l’ottenimento di un credito d’imposta del 50% (nel limite di € 10.000), utilizzabile per le spese per la costituzione o trasformazione, l’assistenza professionale e la consulenza, le spese notarili per modifica degli statuti e quelle di iscrizione al Registro Imprese, sostenute fino al 31 dicembre 2021 (cfr. decreto M.I.S.E. del 21.11.2021, pubblicato sulla G.U. del 14.01.2022).

  1. When (Quando, quando accedere alla formula in parola)

Non è facile capire il momento buono: la risposta più adatta, considerato l’alto valore morale della scelta, è sempre. Ovviamente, se si ragiona in termini economici un momento buono potrebbe essere quello corrispondente all’ottenimento di un vantaggio di natura economica, già illustrato nel passo precedente.

La valutazione se aderire a tale modello potrebbe legarsi all’attuale momento storico: la pandemia di Covid-19 ha già portato molte società a rivedere la propria etica imprenditoriale.

  1. Where (Dove, nel senso dove rivolgersi per perfezionare l’operazione)

Risulta necessario essere affiancati da professionisti in grado di assistere le società nell’attività di consulenza (Avvocati) e di revisione degli atti societari (Notai). Lo Studio è in grado, attraverso un proprio team di professionisti, di prestare assistenza a coloro che vogliano intraprendere questo percorso che porta ad essere “impresa del futuro”.

Il contratto di rent to buy (in inglese letteralmente “affitta per comprare”) è una nuova tipologia contrattuale introdotta nel nostro ordinamento con il decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (c.d. Decreto Sblocca Italia), art. 23, convertito, con modificazioni, in legge 11 novembre 2014, n. 164, che consiste nella concessione in godimento di un bene, in funzione della sua successiva vendita.

Concludendo tale contratto, il proprietario/concedente è tenuto a consegnare immediatamente in godimento al futuro acquirente/conduttore il bene oggetto del negozio, dietro corresponsione, da parte di quest’ultimo, di un canone, per un periodo di tempo predeterminato dalle parti, che non può avere una durata superiore a dieci anni. Allo scadere del termine di durata convenuto dalle parti, l’acquirente/conduttore potrà decidere se procedere all’acquisto del bene, versando al proprietario/concedente un importo pari al prezzo di vendita pattuito, al netto di una parte dei canoni in precedenza corrisposti. A fronte del rinvio della vendita a un momento successivo, il proprietario/concedente trae un vantaggio economico, costituito dal diritto all’incasso dei canoni nelle duplici componenti, che spesso risultano di importo maggiore rispetto ai canoni percepibili mediante la conclusione di un contratto di locazione. Il canone periodico che il conduttore/acquirente è tenuto a corrispondere al proprietario/concedente consta, infatti, di due componenti, che devono essere specificamente individuate nel contratto, a pena di nullità: una finalizzata alla remunerazione del godimento del bene (simile al canone di locazione) e l’altra da imputare al prezzo finale di vendita, nell’eventualità in cui il conduttore decida di esercitare il proprio diritto all’acquisto. Questo contratto può essere concluso da qualsiasi soggetto (privati, imprese individuali, società e qualsiasi altro ente), a differenza di quanto avviene, ad esempio, con la stipula del contratto di leasing immobiliare (tipologia contrattuale affine a quella oggetto della presente trattazione), che può essere concesso esclusivamente da una banca a favore di una persona fisica.

Altro aspetto caratterizzante del contratto di rent to buy è che può avere ad oggetto qualsiasi tipo di immobile (un edificio abitativo, strumentale, un’area agricola o un’area strumentale), anche in costruzione, mentre il leasing immobiliare può essere concesso esclusivamente per i fabbricati ad uso abitativo. Un’altra caratteristica vantaggiosa di questa tipologia contrattuale è che può essere trascritto fin da subito nei registri immobiliari, tutelando, così, l’acquirente/ conduttore fino al futuro e eventuale acquisto. Una volta ricevuto in godimento il bene oggetto del contratto, il conduttore/acquirente assomma su di sé obblighi che possono essere assimilati a quelli posti dalla legge a carico dell’usufruttuario. Tale soggetto è tenuto, infatti, a prendere possesso dell’immobile, nello stato in cui si trova, e a redigere l’inventario dei beni (onere dal quale può essere dispensato). Il conduttore/acquirente deve prestare, inoltre, idonea garanzia, simile a quella richiesta nel contratto di locazione, ed ha l’obbligo di farsi carico delle spese di ordinaria amministrazione dell’immobile e delle eventuali spese condominiali (nel caso in cui l’immobile sia sito in un condominio), mentre sarà tenuto a sostenere anche le spese di straordinaria amministrazione, nel solo caso in cui si siano rese necessarie a causa di un suo inadempimento agli obblighi di ordinaria manutenzione. Il concedente/proprietario è tenuto, invece, a cedere l’immobile in godimento al conduttore/acquirente e a farsi carico delle riparazioni straordinarie del bene medesimo e delle relative parti condominiali (nel caso di immobile sito in un condominio). Allo scadere del termine di durata convenuto dalle parti, nell’ipotesi in cui il conduttore/acquirente decida di acquistare l’immobile, il proprietario/concedente sarà tenuto a procedere alla vendita. In caso contrario, quest’ultimo avrà diritto a rientrare nell’immediato possesso del bene, trattenendo la parte dei canoni corrisposta per remunerare il godimento e restituendo, invece, quella da imputare al prezzo di vendita. Il decreto disciplina le ipotesi di risoluzione per inadempimento delle parti, stabilendo che il contratto potrà ritenersi risolto nel caso in cui il conduttore/acquirente si renda inadempiente, omettendo di pagare una quota di canoni, anche non consecutivi, pari a un ventesimo del loro numero complessivo. In quest’ultima ipotesi, il proprietario/concedente avrà diritto all’immediata restituzione del bene e a ritenere l’intero importo delle somme versategli, a titolo di indennità. Laddove sia, invece, il concedente/proprietario a risultare inadempiente, omettendo di onorare gli obblighi su di lui incombenti o rifiutandosi di vendere l’immobile all’acquirente/conduttore, lo stesso sarà obbligato a restituire alla controparte la quota dei canoni imputata a corrispettivo di vendita, maggiorata degli interessi legali. Nel periodo di durata del contratto di rent to buy, l’IMU resta a carico del proprietario/concedente, la TASI deve essere sostenuta in parte dal proprietario/concedente e in parte dal conduttore/acquirente (secondo le percentuali fissate dal comune di riferimento) e la TARI è, invece, a carico del conduttore, in quanto detentore dell’immobile.

Legittimo l’accertamento analitico induttivo all’avvocato se non si dimostrano le ragioni del mancato incasso della parcella. 

Con la recentissima sentenza in commento, la Suprema Corte ha stabilito che “il corrispettivo della prestazione del professionista legale e la relativa spesa si considerano rispettivamente conseguiti e sostenuti quando la prestazione è condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Ne consegue, pertanto, che il corrispettivo della prestazione del professionista legale si debba presumere conseguito quando la prestazione e condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Il fatto che l’Amministrazione finanziaria abbia utilizzato una presunzione per individuare il momento della effettiva percezione del reddito è legittimo, in quanto conforme al criterio generale posto dall’art. 2727 c.c., mentre era onere del contribuente fornire una prova contraria, dimostrando di non avere percepito alcun reddito per esempio producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosità della esecuzione (nella specie, è stato ritenuto legittimo l’accertamento analitico induttivo nei confronti di un avvocato con cui si erano recuperati induttivamente ricavi sulla base delle cause patrocinate alla luce delle sentenze depositate presso le cancellerie degli uffici giudiziari)”. Per il professionista non sarà sufficiente affermare che nella propria contabilità non risulti alcun versamento e che quindi, in base al principio di cassa, non sussisterebbe il presupposto impositivo. Per la Suprema Corte Secondo non è rilevante la mancata annotazione in contabilità del pagamento, poichè la rettifica analitico-induttiva prescinde dalla contabilità ma si fonda su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’articolo 2729 c.c.

I giudici di legittimità sottolineano che i corrispettivi delle prestazioni delle professioni legali si devono presumere conseguiti una volta espletate e quindi terminate per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Nel caso di specie, l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, oggetto della valutazione della Suprema Corte, era fondato sull’acquisizione delle sentenze, relative all’attività giudiziale dello studio legale accertato, in relazione alle quali non risultava contabilizzato alcun pagamento per le prestazioni rese. Conseguentemente, essendo la pretesa erariale basata su una presunzione, il contribuente avrebbe dovuto dimostrare di non aver percepito alcun reddito.

Secondo la sentenza in commento, per esempio, lo studio legale sottoposto a verifica avrebbe potuto e dovuto dimostrare:

  • di aver diffidato i propri clienti ad adempiere
  • o di aver richiesto un decreto ingiuntivo,
  • o, in ogni caso tentato di ottenere il pagamento con qualsiasi altro mezzo.

In definitiva spetta al professionista provare le circostanze che non gli avrebbero consentito di incassare i compensi maturati. Secondo la statuizione della Cassazione il rilevamento di notizie presso uffici pubblici e terzi soggetti da cui presumere la prestazione del servizio professionale e la sua onerosità è sufficiente a legittimare la maggiore pretesa erariale. Sul punto occorre sottolineare che la prassi dell’Agenzia delle Entrate prevede che la gratuità delle prestazioni possa essere considerata verosimile esclusivamente nei confronti di parenti o di colleghi-amici.

Diversamente, l’Agenzia delle Entrate ritiene di poter determinare la sussistenza di maggiori ricavi occulti sulla base dei seguenti rilievi:

  • ai professionisti in genere: Fitto figurativo dei locali di proprietà o antieconomicità di canoni corrisposti a società riconducibili ai professionisti; riscontro retribuzione conseguibile da attività di lavoro dipendente nello stesso settore rispetto a redditi dichiarati; agende e appunti, analisi prelievi bancari, se modesti o assenti ci sarebbe conferma dell’esistenza di compensi non dichiarati; ampiezza rischio professionale coperto con assicurazione e volume d’affari dichiarato;
  • ai commercialisti e consulenti:
  1. contabilità semplificata: compenso ragguagliato al numero di fatture attive e passive registrate con previsione di onorario minimo mensile;
  2. tenuta contabilità ordinaria: compenso ragguagliato al numero di registrazioni contabili sul libro-giornale o al volume d’affari;
  3. prestazioni per operazioni straordinarie: compensi in proporzione al totale dei valori coinvolti
  4. Rappresentanza tributaria e difesa dinanzi ai giudici tributari: onorari determinati in funzione del valore della pratica
  • agli studi legali: rilevazione da stampa locale, nazionale e specializzata, di informazioni, anche relative a fatti di cronaca, che possono riguardare l’attività professionale;

ricerche presso organi giurisdizionali delle cause patrocinate: Tribunali, commissioni tributarie, Giudici di Pace, Tar, ispezione di registri relativi ai ruoli, esecuzioni, sentenze, ecc.. dal registro dei colloqui con i detenuti, individuazione di incontri cui ha partecipato il professionista; invio di questionari per i clienti degli avvocati matrimonialisti.

  • ai notai: verifica dei registri obbligatori, compresi i repertori; Riscontro tra singoli atti repertoriati e registrazioni contabili ad essi relative; Controllo incrociato con i dati comunicati alla Cassa per il Notariato

I controlli nei confronti di studi professionali, in molti casi, si estendono anche alle società di servizio collegate cui vengono demandate una o più fasi dei processi interni dello studio (elaborazione dati, gestione del personale addetto a mansioni di segreteria, gestione degli immobili ecc). Ciò in quanto, molto spesso, si tratta di società intestate a prestanomi del professionista (moglie, fratelli, parenti in genere, etc.) e finalizzate ad abbattere i costi. In tali casi, l’Agenzia delle Entrate tende a contestare la deducibilità totale o parziale di questi costi riferiti  a queste società di servizio (anche ritenendo che possa pure trattarsi di sovrafatturazioni).

Trascrivibilità del verbale di omologa e della sentenza di divorzio ai fini del trasferimento degli immobili di famiglia

Per le Sezioni Unite l’accordo tra i coniugi che preveda il trasferimento di un immobile da uno all’altro o ai figli contenuto nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e costituisce, dopo la sentenza di divorzio ovvero dopo l’omologazione degli accordi di separazione, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c.

La Corte di Cassazione, Sezione Unite, con sentenza del 29 luglio 2021 n. 21761, ha statuito che le clausole dell’accordo di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni – mobili o immobili – o la titolarità di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi o dei figli al fine di assicurarne il mantenimento, sono valide in quanto il predetto accordo, inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo il decreto di omologazione della separazione o la sentenza di divorzio, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c., purché risulti l’attestazione del cancelliere che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all’art. 29, comma 1-bis, della l. n. 52 del 1985, come introdotto dall’art. 19, comma 14, del d.l. n. 78 del 2010, conv. con modif. dalla l. n. 122 del 2010, restando invece irrilevante l’ulteriore verifica circa gli intestatari catastali dei beni e la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

La decisione delle Sezioni Unite chiude una annosa querelle che ha dato adito, nel corso degli anni, a diverse interpretazioni da parte della dottrina sulla trascrivibilità dell’omologa e della sentenza in sede, rispettivamente, di separazione o di divorzio che prevedano il trasferimento di immobili da un coniuge all’altro o dai coniugi ai figli.

Sino all’intervento delle Sezioni Unite si rinvenivano tre tesi ricorrenti ma contrapposte:

  1. per alcuni autori, infatti, non vi sarebbe stato spazio per i trasferimenti immobiliari né in sede di separazione consensuale, né in sede di divorzio. Solo il notaio avrebbe potuto, invero, rogitare i negozi giuridici traslativi di diritti reali, quando pure la necessità della loro stipulazione fosse originata dalla frattura coniugale; sicchè – seppure riportati nel verbale del giudizio – tali accordi traslativi non avrebbero potuto comunque essere trascritti.
  2. altra dottrina – pur ritenendo in astratto valido l’accordo immediatamente traslativo di beni immobili in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto – riteneva comunque preferibile adottare la “procedura bifasica” (assunzione dell’obbligo di trasferire in sede giudiziale e redazione dell’atto notarile in esecuzione dell’obbligo assunto) in ragione dell’elevato rischio di errori invalidanti, connesso agli adempimenti e alle verifiche richiesti per gli atti immediatamente traslativi (indicazioni urbanistiche, attestazioni di prestazione energetica e certificazione catastale, etc.);
  3. secondo un ulteriore orientamento, in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale si riteneva ammissibile che gli accordi tra le parti, non si limitassero all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuassero in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi.

La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato la problematica dei trasferimenti di diritti reali immobiliari in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto risolvendo la questione in senso non univoco.

Da qui l’esigenza di mettere un punto fermo devolvendo alle Sezioni Unite l’onere di di fare piena chiarezza sulla materia.

Le Sezioni Unite, con la sentenza in commento, hanno ritenuto che l’orientamento secondo il quale in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale siano ammissibili accordi tra le parti, che non si limitino all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuino in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi, meriti di essere condiviso e confermato.

Ne consegue che l’accordo traslativo adottato in sede di divorzio – ma mutatis mutandis il principio, per la Suprema Corte, è applicabile anche alla separazione consensuale -, non essendo espressamente previsto e disciplinato dalla legge, ha natura atipica deve contenere tutte le indicazioni richieste, a pena di nullità, dalla L. n. 52 del 1985, articolo 29, comma 1bis.

Come la sentenza di divorzio, anche il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi (nella separazione) redatto dal cancelliere ai sensi dell’articolo 126 c.p.c., realizza l’esigenza della forma scritta dei trasferimenti immobiliari, richiesta dall’articolo 1350 c.c., ed è un atto pubblico avente fede privilegiata, fino a querela di falso, sia della provenienza dal cancelliere che lo redige e degli atti da questi compiuti, sia dei fatti che egli attesta essere avvenuti in sua presenza.

Gli adempimenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari – previsti dall’ultima parte della L. n. 52 del 1985, articolo 29 – ben possono, di conseguenza, essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti dovranno essere obbligate a produrre seguendo le indicazioni del Tribunale.

Quanto all’ambito di applicazione delle prescrizioni riguardanti le informazioni e le dichiarazioni catastali, previste a pena di nullità si considera necessaria una interpretazione estensiva e adeguatrice della disposizione in esame, che la rende applicabile agli atti di categoria diversa che trasferiscano o costituiscano diritti reali (o sciolgano la comunione dei relativi diritti). Si ritiene, in sostanza, che, pur essendo la norma rivolta anzitutto agli atti formati o autenticati dal notaio, essa sia, comunque, applicabile a tutti gli atti amministrativi che producono i medesimi effetti, quali i decreti di trasferimento per espropriazione, ed anche agli atti giudiziari, come le sentenze costitutive ex articolo 2932 c.c..

Deve ritenersi, pertanto, che la disposizione succitata non sia applicabile esclusivamente agli atti compiuti con il ministero del notaio, ma si confaccia invece a tutti i trasferimenti immobiliari che, oltre che in forma giudiziale, ai sensi dell’articolo 2932 c.c., ben possono essere effettuati anche in un verbale di conciliazione giudiziale o in un verbale di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta.

In conclusione la sentenza della Suprema Corte a Sezioni Unite in commento ha statuito che è possibile procedere in sede di divorzio o separazione al trasferimento di beni mobili o immobili in favore dei coniugi o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento: infatti, tale accordo – inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato – assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e costituisce, sia dopo la sentenza di divorzio sia dopo l’omologazione, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c.

Occorrerà verificare, a questo punto, come sarà applicato, in concreto ed effettivamente , il principio stabilito dalle Sezioni Unite le quali, nella sentenza in commento, ritengono che gli incombenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari – previsti dall’ultima parte della L. n. 52 del 1985, art. 29 – ben possono, di conseguenza, essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti saranno tenute a produrre, se del caso mediante un protocollo che ciascun ufficio giudiziario – come accade già in diversi Tribunali potrà predisporre d’intesa con il locale Consiglio dell’ordine degli avvocati”.