26/03/2020

INADEMPIMENTO DEL DEBITORE AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Ai sensi dell’art. 1218 c.c. il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è  tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile. Ciò significa che sussiste una presunzione di colpa nei confronti del debitore, che viene meno soltanto quando quest’ultimo provi o di avere adempiuto la prestazione, ovvero che l’inadempimento della stessa derivi da causa a lui non imputabile. In materia di inadempimento contrattuale, è importante sottolineare che, ai sensi dell’art. 1256 c.c., l’obbligazione si estingue quando, per causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile; se però tale impossibilità è solo temporanea, inoltre, il debitore, nelle more della stessa, non è responsabile del ritardo nell’adempimento. Quindi, affinché il debitore sia liberato dalla esecuzione della prestazione (che è un obbligo giuridico eseguire) per sopravvenuta impossibilità della stessa, devono concorrere due elementi, uno oggettivo ossia proprio l’impossibilità di eseguire la prestazione medesima e l’altro soggettivo, vale a dire l’assenza di colpa da parte del debitore riguardo alla determinazione dell’evento che ha reso impossibile la prestazione. Tra le principali cause invocabili ai fini della richiamata impossibilità della prestazione è interessante, allo stato attuale, richiamare il c.d. “factum principis”: si tratta di provvedimenti legislativi o amministrativi, dettati da interessi generali, che rendano impossibile la prestazione, indipendentemente dal comportamento dell’obbligato.

L’art. 1467 c.c. infine consente al debitore di chiedere la risoluzione del contratto o la riduzione della prestazione qualora essa sia divenuta, successivamente alla conclusione del contratto, eccessivamente onerosa. Anche in questo caso l’eccessiva onerosità sopravvenuta deve essere riconducibile ad eventi straordinari ed imprevedibili (straordinarietà ed imprevedibilità da valutarsi in maniera oggettiva).

Ci si è interrogati da subito su quali fossero gli effetti diretti ed indiretti sulle prestazioni contrattuali delle normative di divieto di lavoro e di spostamento imposte dalla emergenza COVID-19. Il Governo ha ritenuto di emanare una norma ad hoc, l’art. 91 del DL 17 marzo 2020 n. 18, con cui ha chiarito che “Il rispetto delle misure di contenimento di cui presente  decreto  è  sempre  valutata  ai  fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti  degli  articoli  1218  e 1223 c.c., della  responsabilità del  debitore,  anche  relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”.
Ciò significa, in prima lettura, che lo stare a casa e/o l’essere costretti a chiudere la propria attività lavorativa, quale che sia, può essere invocato come causa di forza maggiore ai sensi dell’art. 1218 c.c. per evitare di incorrere, per esempio, in condanne al risarcimento del danno per ritardo nella prestazione o nell’applicazione di penali contrattualmente stabilite.In altre parole, con l’emergenza COVID-19 non è venuta meno l’obbligatorietà della prestazione; il debitore dovrà sempre eseguire la prestazione dovuta ma potrà, nel caso di non esatta esecuzione o di ritardo nella stessa, invocare la forza maggiore derivante dalle norme restrittive di recente approvate ed in particolare il dettato dell’art. 91 D.L. n. 18/2020 per evitare di risarcire il danno ovvero potrà chiedere la risoluzione del contratto se la prestazione è divenuta impossibile o eccessivamente onerosa.