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STUDIO LEGALE TRIBUTARIO CARETTA

Associazione tra Avvocati

Legittimo l’accertamento analitico induttivo all’avvocato se non si dimostrano le ragioni del mancato incasso della parcella

 Cassazione civile sez. trib., 09/09/2021, n.24255

Con la recentissima sentenza in commento, la Suprema Corte ha stabilito che “il corrispettivo della prestazione del professionista legale e la relativa spesa si considerano rispettivamente conseguiti e sostenuti quando la prestazione è condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Ne consegue, pertanto, che il corrispettivo della prestazione del professionista legale si debba presumere conseguito quando la prestazione e condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Il fatto che l’Amministrazione finanziaria abbia utilizzato una presunzione per individuare il momento della effettiva percezione del reddito è legittimo, in quanto conforme al criterio generale posto dall’art. 2727 c.c., mentre era onere del contribuente fornire una prova contraria, dimostrando di non avere percepito alcun reddito per esempio producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosità della esecuzione (nella specie, è stato ritenuto legittimo l’accertamento analitico induttivo nei confronti di un avvocato con cui si erano recuperati induttivamente ricavi sulla base delle cause patrocinate alla luce delle sentenze depositate presso le cancellerie degli uffici giudiziari)”.

Per il professionista non sarà sufficiente affermare che nella propria contabilità non risulti alcun versamento e che quindi, in base al principio di cassa, non sussisterebbe il presupposto impositivo.

Per la Suprema Corte Secondo non è rilevante la mancata annotazione in contabilità del pagamento, poichè la rettifica analitico-induttiva prescinde dalla contabilità ma si fonda su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’articolo 2729 c.c.

I giudici di legittimità sottolineano che i corrispettivi delle prestazioni delle professioni legali si devono presumere conseguiti una volta espletate e quindi terminate per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale.

Nel caso di specie, l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, oggetto della valutazione della Suprema Corte, era fondato sull’acquisizione delle sentenze, relative all’attività giudiziale dello studio legale accertato, in relazione alle quali non risultava contabilizzato alcun pagamento per le prestazioni rese.

Conseguentemente, essendo la pretesa erariale basata su una presunzione, il contribuente avrebbe dovuto dimostrare di non aver percepito alcun reddito.

Secondo la sentenza in commento, per esempio, lo studio legale sottoposto a verifica avrebbe potuto e dovuto dimostrare:

  • di aver diffidato i propri clienti ad adempiere
  • o di aver richiesto un decreto ingiuntivo,
  • o, in ogni caso tentato di ottenere il pagamento con qualsiasi altro mezzo.

In definitiva spetta al professionista provare le circostanze che non gli avrebbero consentito di incassare i compensi maturati.

Secondo la statuizione della Cassazione il rilevamento di notizie presso uffici pubblici e terzi soggetti da cui presumere la prestazione del servizio professionale e la sua onerosità è sufficiente a legittimare la maggiore pretesa erariale.

Sul punto occorre sottolineare che la prassi dell’Agenzia delle Entrate prevede che la gratuità delle prestazioni possa essere considerata verosimile esclusivamente nei confronti di parenti o di colleghi-amici.

Diversamente, l’Agenzia delle Entrate ritiene di poter determinare la sussistenza di maggiori ricavi occulti sulla base dei seguenti rilievi:

  • ai professionisti in genere: Fitto figurativo dei locali di proprietà o antieconomicità di canoni corrisposti a società riconducibili ai professionisti; riscontro retribuzione conseguibile da attività di lavoro dipendente nello stesso settore rispetto a redditi dichiarati; agende e appunti, analisi prelievi bancari, se modesti o assenti ci sarebbe conferma dell’esistenza di compensi non dichiarati; ampiezza rischio professionale coperto con assicurazione e volume d’affari dichiarato;
  • ai commercialisti e consulenti:
  1. contabilità semplificata: compenso ragguagliato al numero di fatture attive e passive registrate con previsione di onorario minimo mensile;
  2. tenuta contabilità ordinaria: compenso ragguagliato al numero di registrazioni contabili sul libro-giornale o al volume d’affari;
  3. prestazioni per operazioni straordinarie: compensi in proporzione al totale dei valori coinvolti
  4. Rappresentanza tributaria e difesa dinanzi ai giudici tributari: onorari determinati in funzione del valore della pratica
  • agli studi legali: rilevazione da stampa locale, nazionale e specializzata, di informazioni, anche relative a fatti di cronaca, che possono riguardare l’attività professionale; ricerche presso organi giurisdizionali delle cause patrocinate: Tribunali, commissioni tributarie, Giudici di Pace, Tar, ispezione di registri relativi ai ruoli, esecuzioni, sentenze, ecc.. dal registro dei colloqui con i detenuti, individuazione di incontri cui ha partecipato il professionista; invio di questionari per i clienti degli avvocati matrimonialisti.
  • ai notai: verifica dei registri obbligatori, compresi i repertori; Riscontro tra singoli atti repertoriati e registrazioni contabili ad essi relative; Controllo incrociato con i dati comunicati alla Cassa per il Notariato.

I controlli nei confronti di studi professionali, in molti casi, si estendono anche alle società di servizio collegate cui vengono demandate una o più fasi dei processi interni dello studio (elaborazione dati, gestione del personale addetto a mansioni di segreteria, gestione degli immobili ecc).

Ciò in quanto, molto spesso, si tratta di società intestate a prestanomi del professionista (moglie, fratelli, parenti in genere, etc.) e finalizzate ad abbattere i costi. In tali casi, l’Agenzia delle Entrate tende a contestare la deducibilità totale o parziale di questi costi riferiti  a queste società di servizio (anche ritenendo che possa pure trattarsi di sovrafatturazioni).

 

 

 

 

 

Trascrivibilità del verbale di omologa e della sentenza di divorzio ai fini del trasferimento degli immobili di famiglia

Per le Sezioni Unite l’accordo tra i coniugi che preveda il trasferimento di un immobile da uno all’altro o ai figli contenuto nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e costituisce, dopo la sentenza di divorzio ovvero dopo l’omologazione degli accordi di separazione, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c.

La Corte di Cassazione, Sezione Unite, con sentenza del 29 luglio 2021 n. 21761, ha statuito che le clausole dell’accordo di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta, che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni – mobili o immobili – o la titolarità di altri diritti reali, ovvero ne operino il trasferimento a favore di uno di essi o dei figli al fine di assicurarne il mantenimento, sono valide in quanto il predetto accordo, inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato, assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo il decreto di omologazione della separazione o la sentenza di divorzio, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c., purché risulti l’attestazione del cancelliere che le parti abbiano prodotto gli atti e rese le dichiarazioni di cui all’art. 29, comma 1-bis, della l. n. 52 del 1985, come introdotto dall’art. 19, comma 14, del d.l. n. 78 del 2010, conv. con modif. dalla l. n. 122 del 2010, restando invece irrilevante l’ulteriore verifica circa gli intestatari catastali dei beni e la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari”.

La decisione delle Sezioni Unite chiude una annosa querelle che ha dato adito, nel corso degli anni, a diverse interpretazioni da parte della dottrina sulla trascrivibilità dell’omologa e della sentenza in sede, rispettivamente, di separazione o di divorzio che prevedano il trasferimento di immobili da un coniuge all’altro o dai coniugi ai figli.

Sino all’intervento delle Sezioni Unite si rinvenivano tre tesi ricorrenti ma contrapposte:

  1. per alcuni autori, infatti, non vi sarebbe stato spazio per i trasferimenti immobiliari né in sede di separazione consensuale, né in sede di divorzio. Solo il notaio avrebbe potuto, invero, rogitare i negozi giuridici traslativi di diritti reali, quando pure la necessità della loro stipulazione fosse originata dalla frattura coniugale; sicchè – seppure riportati nel verbale del giudizio – tali accordi traslativi non avrebbero potuto comunque essere trascritti.
  2. altra dottrina – pur ritenendo in astratto valido l’accordo immediatamente traslativo di beni immobili in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto – riteneva comunque preferibile adottare la “procedura bifasica” (assunzione dell’obbligo di trasferire in sede giudiziale e redazione dell’atto notarile in esecuzione dell’obbligo assunto) in ragione dell’elevato rischio di errori invalidanti, connesso agli adempimenti e alle verifiche richiesti per gli atti immediatamente traslativi (indicazioni urbanistiche, attestazioni di prestazione energetica e certificazione catastale, etc.);
  3. secondo un ulteriore orientamento, in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale si riteneva ammissibile che gli accordi tra le parti, non si limitassero all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuassero in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi.

La giurisprudenza di legittimità ha più volte affrontato la problematica dei trasferimenti di diritti reali immobiliari in sede di separazione consensuale e di divorzio congiunto risolvendo la questione in senso non univoco.

Da qui l’esigenza di mettere un punto fermo devolvendo alle Sezioni Unite l’onere di di fare piena chiarezza sulla materia.

Le Sezioni Unite, con la sentenza in commento, hanno ritenuto che l’orientamento secondo il quale in sede di divorzio congiunto e di separazione consensuale siano ammissibili accordi tra le parti, che non si limitino all’assunzione di un mero obbligo preliminare, ma attuino in via diretta ed immediata il trasferimento della proprietà di beni o di altro diritto reale sugli stessi, meriti di essere condiviso e confermato.

Ne consegue che l’accordo traslativo adottato in sede di divorzio – ma mutatis mutandis il principio, per la Suprema Corte, è applicabile anche alla separazione consensuale -, non essendo espressamente previsto e disciplinato dalla legge, ha natura atipica deve contenere tutte le indicazioni richieste, a pena di nullità, dalla L. n. 52 del 1985, articolo 29, comma 1bis.

Come la sentenza di divorzio, anche il verbale dell’udienza di comparizione dei coniugi (nella separazione) redatto dal cancelliere ai sensi dell’articolo 126 c.p.c., realizza l’esigenza della forma scritta dei trasferimenti immobiliari, richiesta dall’articolo 1350 c.c., ed è un atto pubblico avente fede privilegiata, fino a querela di falso, sia della provenienza dal cancelliere che lo redige e degli atti da questi compiuti, sia dei fatti che egli attesta essere avvenuti in sua presenza.

Gli adempimenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari – previsti dall’ultima parte della L. n. 52 del 1985, articolo 29 – ben possono, di conseguenza, essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti dovranno essere obbligate a produrre seguendo le indicazioni del Tribunale.

Quanto all’ambito di applicazione delle prescrizioni riguardanti le informazioni e le dichiarazioni catastali, previste a pena di nullità si considera necessaria una interpretazione estensiva e adeguatrice della disposizione in esame, che la rende applicabile agli atti di categoria diversa che trasferiscano o costituiscano diritti reali (o sciolgano la comunione dei relativi diritti). Si ritiene, in sostanza, che, pur essendo la norma rivolta anzitutto agli atti formati o autenticati dal notaio, essa sia, comunque, applicabile a tutti gli atti amministrativi che producono i medesimi effetti, quali i decreti di trasferimento per espropriazione, ed anche agli atti giudiziari, come le sentenze costitutive ex articolo 2932 c.c..

Deve ritenersi, pertanto, che la disposizione succitata non sia applicabile esclusivamente agli atti compiuti con il ministero del notaio, ma si confaccia invece a tutti i trasferimenti immobiliari che, oltre che in forma giudiziale, ai sensi dell’articolo 2932 c.c., ben possono essere effettuati anche in un verbale di conciliazione giudiziale o in un verbale di separazione consensuale o di divorzio a domanda congiunta.

In conclusione la sentenza della Suprema Corte a Sezioni Unite in commento ha statuito che è possibile procedere in sede di divorzio o separazione al trasferimento di beni mobili o immobili in favore dei coniugi o dei figli, al fine di assicurarne il mantenimento: infatti, tale accordo – inserito nel verbale di udienza redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è stato attestato – assume forma di atto pubblico ex art. 2699 c.c. e costituisce, sia dopo la sentenza di divorzio sia dopo l’omologazione, valido titolo per la trascrizione ex art. 2657 c.c.

Occorrerà verificare, a questo punto, come sarà applicato, in concreto ed effettivamente , il principio stabilito dalle Sezioni Unite le quali, nella sentenza in commento, ritengono che gli incombenti relativi alla verifica della coincidenza dell’intestatario catastale con il soggetto risultante dai registri immobiliari – previsti dall’ultima parte della L. n. 52 del 1985, art. 29 – ben possono, di conseguenza, essere eseguiti dall’ausiliario del giudice, sulla base della documentazione che le parti saranno tenute a produrre, se del caso mediante un protocollo che ciascun ufficio giudiziario – come accade già in diversi Tribunali potrà predisporre d’intesa con il locale Consiglio dell’ordine degli avvocati”.

 

In una recente sentenza (n. 23300 del 23 aprile 2021) la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della responsabilità di una società di capitali per il delitto di truffa in danno dello Stato commesso dagli amministratori nel suo interesse o vantaggio nel caso in cui sia stata dichiarata la prescrizione del reato presupposto (quello commesso dagli amministratori).

Nel caso di specie gli amministratori della società avevano effettuato operazioni illecite finalizzate alla truffa. Nel corso del processo, infatti, era emerso che gli amministratori avevano predisposto falsa documentazione allo scopo di ottenere dallo Stato un finanziamento di oltre 1.200.000,00 euro che avrebbe dovuto essere utilizzato per la realizzazione di un impianto industriale.

La Suprema Corte, nella sentenza sopra indicata, ha statuito che “in caso di truffa ai danni dello Stato finalizzata ad ottenere un cospicuo finanziamento in conto capitale in assenza dei presupposti, il reato risulta commesso proprio nell’interesse della persona giuridica che detti capitali ottiene ed utilizza per la propria attività mentre diversamente sarebbe ove fosse stato dimostrato che il finanziamento illecito era stato immediatamente distratto a vantaggio esclusivo dei soci”.

La società è stata quindi ritenuta responsabile per il reato commesso dai suoi amministratori, vale a dire da uno dei soggetti indicati  dall’art. 5 del D. Lgs. 231/2001.

La sentenza, tuttavia, rileva per altro aspetto.

La Cassazione, infatti, in applicazione del dettato dell’art. 8 del D. Lgs. 231/2001, ha evidenziato come la responsabilità amministrativa delle società sia autonoma rispetto alla responsabilità penale della persona fisica che ha commesso il reato ed essa si affianca a quest’ultima.

Per tale motivo, la Società è stata condannata per il delitto di truffa in danno dello Stato nonostante il reato presupposto fosse stato dichiarato prescritto e gli amministratori non puniti.

La Società è stata considerata responsabile poiché il reato è stato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio dagli amministratori (art. 5, comma 1 del D. Lgs. 231/2001).

Per il D Lgs 231/01 la responsabilità amministrativa di una società è esclusa in due casi:

  • se essa ha, tra l’altro, adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione dei reati, modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire i reati stessi;
  • se i soggetti apicali e/o i loro sottoposti hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte:

  • la società non ha adottato e/o efficacemente attuato un modello idoneo a prevenire il reato di truffa disciplinato all’art. 24 del D. Lgs. 231/2001;
  • il reato presupposto è stato commesso dagli amministratori della società, soggetti considerati dal D. Lgs. 231/2001 come “apicali”;
  • il reato presupposto è stato compiuto nell’interesse o vantaggio esclusivo dell’ente e
  • l’ente è stato condannato nonostante fosse prescritto il reato presupposto commesso dagli amministratori.

il Tribunale annulla la finta compravendita di un immobile che cela una donazione.

Con una recente sentenza (n. 467 del 17 febbraio 2021) il Tribunale di Napoli ha ribadito che la compravendita che cela una donazione è improduttiva di effetti. Nel caso di specie, la figlia citava in giudizio la moglie del defunto padre chiedendo al Tribunale di accertare e dichiarare la simulazione del contratto di compravendita, poiché era stato concluso tra le parti con l’intenzione di tenere nascosta una donazione di un immobile. La figlia domandava altresì di dichiarare la nullità della donazione per assenza della forma richiesta dalla legge per questo tipo di contratto e proponeva azione per ridurre la donazione, in considerazione del fatto che eccedeva la quota della quale il defunto padre poteva liberamente disporre. Nel caso di specie, la compravendita può essere considerata alla stregua di un “finto” contratto: essendo tale, non produce effetti tra le parti. Tuttavia, nel momento in cui le parti intendono concludere un contratto diverso da quello che appare nella realtà, tra di esse è valido il contratto dissimulato (l’atto effettivamente voluto, ma per determinate ragioni, tenuto nascosto) ma soltanto se rispetta i requisiti di forma e di sostanza richiesti dalla legge per quello specifico contratto. Ai sensi dell’art. 782 c.c. la forma prevista per la donazione è l’atto pubblico che dev’essere redatto da un notaio, in presenza di due testimoni, come richiede la legge notarile (art. 48, legge 16 febbraio 1913, n. 89). Nondimeno, quando si tratta di donazioni di modico valore (art. 783 c.c.) non vi è l’obbligo di seguire le menzionate regole, a condizione che sia avvenuta la consegna del bene unitamente allo spirito di liberalità, ossia l’intento altruistico di apportare al soggetto destinatario della donazione un beneficio. A tal proposito, è interessante notare che non esistono prestabiliti criteri per stabilire quando un bene sia o meno di modico valore: si tratta di una valutazione soggettiva e personale riferita alla condizione economica di colui che si appresta a donare. Ciò è confermato anche dalla giurisprudenza di legittimità: la donazione, per essere considerata di modico valore, non deve mai incidere in modo apprezzabile sul patrimonio del donante (Cass. Civ., Sez. II, sentenza 30 dicembre 1994, n. 11304). Dunque, la modicità varia a seconda della consistenza (modesta o prospera) del patrimonio del soggetto che vuole donare. Nel caso in analisi, mancando la prova concreta (da parte della moglie convenuta in giudizio) del pagamento del prezzo dell’immobile il giudice ha ritenuto che la vendita fosse fittizia. Non solo il contratto di compravendita non è stato considerato valido, ma nemmeno la donazione (che in realtà rifletteva la vera volontà delle parti) ha potuto produrre effetti: è stata dichiarata nulla in mancanza dei requisiti di forma richiesti dalla legge per quel tipo di contratto, che come già accennato, va redatto con atto pubblico e alla presenza di due testimoni. La conclusione di questa vicenda è che l’intento delle parti di sottrarre alla figlia, erede legittima del defunto, la propria parte di eredità è stato inibito dal Tribunale. Conclusivamente, qualora venga accertata la simulazione di una compravendita quale atto che risponde all’intento di celare una donazione, ma quest’ultima sia improduttiva di effetti in mancanza dei requisiti di forma richiesti dalla legge, il bene non è uscito dal patrimonio del donante e di conseguenza il legittimario potrà recuperare la propria pretesa a titolo di erede legittimo. Ma cosa accade nel momento in cui la donazione è pienamente valida, poiché stipulata tramite atto pubblico, alla presenza di due testimoni? In questo caso, non significa che non si abbia il diritto di percepire la propria parte di eredità, ma se si vuole avere la garanzia di ottenerla nella giusta proporzione, è essenziale esercitare l’azione di riduzione, poiché il defunto potrebbe aver compiuto una donazione eccedente i limiti previsti dalla legge: significa che potrebbe aver destinato una parte dei beni spettanti all’erede legittimario ad altri soggetti. Dunque, l’azione di riduzione della donazione (art. 555 c.c.) è volta a ripristinare le quote di eredità che la legge dispone a favore dei legittimari.

ABROGATA LA LEGGE 283/1962

A partire dal 26 marzo entrerà in vigore la nuova disciplina della depenalizzazione delle violazioni connesse alla produzione ed alla vendita delle sostanze alimentari e delle bevande. Infatti, l’articolo 18 lettera b) del D. Lgs 27/21 abroga quasi completamente, con l’efficacia temporale sopra indicata, la legge 30 aprile 1962 n. 283 denominata “Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”.

L’obiettivo primario della disciplina della legge n.283 del 1962 era la salvaguardia della salute pubblica, da realizzare attraverso ispezione e prelievo di campioni negli stabilimenti ed esercizi pubblici, dove si producano, si conservino in deposito, si smercino o si consumino le sostanze alimentari, nonché ispezioni e prelievi sugli scali e sui mezzi di trasporto.

Altre disposizioni a tutela della salute pubblica sono contenute nel codice penale. I delitti previsti dal codice vengono commessi da chi pone in vendita sostanze alimentari di qualità o quantità diversa da quella dichiarata o pattuita, ovvero sostanze alimentari non genuine come genuine; le contravvenzioni della Legge 283/1962, invece, sono commesse da chi impiega nella preparazione del prodotto sostanze private in parte dei propri elementi naturali o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale.

Nei delitti previsti dal codice penale è determinante la consegna all’acquirente o la messa in commercio; nella contravvenzione, invece, si ha riguardo al fatto tipico della preparazione o della distribuzione per il consumo. I delitti, infine hanno come oggetto la tutela giuridica della correttezza del commercio, la contravvenzione ha come oggetto la tutela della salute (Cassazione penale, sentenza 8507/1999).

Restano fuori dall’abrogazione gli articoli 7 (decreto autorizzativo del Ministro della Sanità alla produzione e commercio di alimenti e bevande con aggiunte e sottrazioni), 10 (decreto Ministero della Sanità su colorazioni di carta ed imballaggi da alimenti)  e 22 (Pubblicazione dell’elenco degli additivi chimici consentiti).

Risultano quindi abrogate tutte le contravvenzioni elencate nell’articolo 5 della legge n. 283/1962: si tratta in particolare dell’abrogazione del divieto di impiegare nella preparazione di alimenti o bevande, di vendere, detenere per vendere o somministrare come mercede ai propri dipendenti, o comunque distribuire per il consumo sostanze alimentari:

  • private anche in parte dei propri elementi nutritivi o mescolate a sostanze di qualità inferiore o comunque trattate in modo da variarne la composizione naturale, salvo quanto disposto da leggi e regolamenti speciali;
  • in cattivo stato di conservazione;
  • con cariche microbiche superiori ai limiti che saranno stabiliti dal regolamento di esecuzione o da ordinanze ministeriali;
  • insudiciate, invase da parassiti, in stato di alterazione o comunque nocive, ovvero sottoposte a lavorazioni o trattamenti diretti a mascherare un preesistente stato di alterazione;
  • con aggiunta di additivi chimici di qualsiasi natura non autorizzati con decreto del Ministro per la sanità o, nel caso che siano stati autorizzati, senza l’osservanza delle norme prescritte per il loro impiego;
  • che contengano residui di prodotti, usati in agricoltura per la protezione delle piante e a difesa delle sostanze alimentari immagazzinate, tossici per l’uomo.

La depenalizzazione dei reati di cui alla legge 283/1962 riguarda per esempio, la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione (Cassazione 9910/2020 relativamente alla vendita prodotti ittici in strada, collocati a temperatura ambiente su un banchetto occasionale privo di copertura ed esposti ad agenti atmosferici e inquinanti; Cassazione 1566/2019 relativamente al caso di vendita di uova con data di scadenza alterata); la semplice detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione (Cassazione 9349/2020 relativamente al caso in cui la carne era conservata in modo errato per la temperatura di 1 grado, invece che di -18 gradi, e per la presenza di muffe pur in assenza di agenti patogeni); vendita di alimenti in stato di alterazione (Cassazione 11246/2019 relativamente al caso di carne suina in cui è stata riscontrata la “salmonella c.d. minore”); impiego nella preparazione di alimenti di sostanze alimentari nocive (Cassazione 25332/2019 per utilizzo in pasticceria di olio di semi di girasole per friggere risultato nocivo, per essere il tenore di composti polari riscontrato pari a 31,4 gr., e quindi superiore al valore massimo tollerato).

Dal 26 marzo 2021 quindi tali condotte non costituiranno più reato (La legge 4.10.2019 n. 117 all’art. 12 comma 3 lett. i) delegava il Governo ad adottare, tra i vari, il seguente principio “ridefinire il sistema sanzionatorio per la violazione delle disposizioni del regolamento (UE) 2017/625 attraverso la previsione di sanzioni amministrative efficaci, dissuasive e proporzionate alla gravità delle violazioni medesime”. Il decreto legislativo n. 27/21 non contiene, per ora, sanzioni amministrative in relazione alle fattispecie di reato abrogate. Quindi, niente reato e niente sanzione).

All’abrogazione di tutte le condotte di reato previste dalla legge 283/1962 conseguirà un fenomeno di assoluzione per estinzione del reato relativamente ai processi in corso (art. 673, comma 2, c.p.p.) e di revoca della sentenza di condanna per tutte le altre ipotesi di sentenza definitiva, con condanna in corso di esecuzione (art. 673, comma 1, c.p.p.). Revoca disposta dal giudice dell’esecuzione dichiarando che il fatto non è previsto dalla legge come reato ed adottando i conseguenti provvedimenti